Ombre bianche, chiamata al west!

Il nostro pard Mario Raciti, un giovane assai talentuoso, esperto conoscitore della storia del west e co-amministratore del Il Forum di Farwest.it, ha intrapreso una lodevole strada che lo porta ad unire una prospettiva di lavoro alla sua indomabile passione per la frontiera. In questa prospettiva ci siamo tutti noi, indubbiamente, perché ad essa, anche ad essa, sono agganciate le nostre speranze di avere tra le nostre mani dei nuovi libri dedicati alla storia del west. Libri di cui sentiamo il desiderio e che sono diventati ormai una rarità, sfornata con il contagocce da coraggiose case editrici che meritano il nostro incoraggiamento e che hanno bisogno di sentire la nostra vicinanza.
In questo caso, la prospettiva di cui ci parla Mario è collegata alla casa editrice Villaggio Maori, una piccola e agguerrita azienda di Catania che ha appena lanciato un’intera collana di libri sulla storia del west! Una notizia bomba che in moltissimi attendevamo, scrutando la frontiera alla ricerca di un segno che non arrivava mai… Leggi il resto

1864: Sherman ordina la distruzione di Atlanta

Un grazie a Gilgamesh58

Nel 1864, dopo aver ottenuto la resa della città di Atlanta, il generale Sherman ordinò a tutta la popolazione di sgombrare la città confederata.
Quando il consiglio cittadino si appellò a lui perchè revocasse l’ ordine, adducendo il motivo che avrebbe provocato grande sofferenza a donne, bambini ed anziani ed ad altri che non avevano alcuna responsabilità per quella guerra, Sherman mandò una risposta in cui chiaramente faceva intendere che avrebbe fatto qualunque cosa per ottenere la vittoria dell’Unione: “La guerra è crudeltà e non si può ingentilirla e coloro che hanno portato la guerra nella nostra nazione meritano tutti gli anatemi e le maledizioni che si possano lanciare… Voi non potrete mai avere la pace e contemporaneamente una divisione della nostra nazione… Io condurrò la guerra in modo da ottenere una completa e veloce vittoria.”
Prima di lasciare Atlanta Sherman rase al suolo la città e proseguì la sua marcia in direzione del mare. Leggi il resto

Osage, il popolo venuto dalle stelle (Origini – 1800)

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Nel corso del XVII secolo, le Pianure orientali furono occupate da una serie di nazioni agricole, sia di lingua Caddo, come i Wichita, i Caddo e i Pawnee, sia di lingua Siouan, nella variante Dhegihan come gli Osage, i Kansa (o Kaw), gli Omaha e i Ponca, e nella variante Chiwere come gli Iowa e i Missouri. Costruivano vicino a fiumi e torrenti villaggi di case circolari coperte di terra o erba, coltivavano campi di mais, zucche, fagioli e tabacco, e parte dell’anno si avventuravano nelle praterie per cacciare il bisonte.
Il popolo Osage proveniva dalla valle del fiume Ohio, nell’attuale Kentucky, dove aveva vissuto per migliaia di anni. Come per altri popoli, la necessità di migrare a ovest fu determinata dalla forte espansione degli Irochesi nelle loro terre d’origine. Al culmine della loro potenza, a cavallo fra il XVII e il XVIII secolo, gli Osage controllavano una zona compresa fra gli stati attuali del Kansas, Missouri, Arkansas e Oklahoma. Leggi il resto

Gli affari d’oro, col bestiame, si fanno a Nord!

La marchiatura
Quando gli allevamenti texani erano già una realtà consolidata e in cerca di espansione e di mercati, gli allevatori non tardarono ad accorgersi degli alti prezzi del bestiame raggiunti nelle piazze a Nord e a Est e subito pensarono di portare laggiù le loro bestie per realizzare un buon business. Poco importava se per fare ciò bisognava dannarsi l’anima su una pista di circa 800 chilometri; la cosa importante era per loro il guadagno.
Agli allevatori interessava un obiettivo primario, cioè raggiungere con i minori danni una stazione ferroviaria per poter caricare le bestie su un treno e spedirle ai mercati dell’Est o del Nord dove sarebbero state vendute a peso d’oro.
Una delle prime stazioni poste come meta fu Sedalia, nel lontano Missouri, da cui partivano i treni per Saint Louis e altre lucrose città dell’Est. Leggi il resto

La grande invasione Comanche del Messico nell’autunno 1845

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La grande invasione del Messico nell’autunno 1845 iniziò il 13 settembre quando 200 guerrieri lasciarono i loro accampamenti sulla Sierra Mojada, nel Coahuila occidentale.
La mattina di quello stesso giorno una grossa banda attaccò un villaggio sulla laguna di Tlahualilo, a nord dell’odierna Torreon. I Comanche uccisero due uomini e un ragazzo, ma persero un guerriero. Un Messicano lo decapitò e portò la testa a Mapimi per la ricompensa prevista in quei casi.
Nel pomeriggio gli indiani entrarono nell’hacienda “La Puerta de la Huerta”, sul basso Rio Nazas, uccisero un uomo e ferirono gravemente una donna e un bambino.
Un secondo gruppo di razziatori, composto da circa 80 guerrieri, rubò la mandria di cavalli dell’Hacienda de Orejas, massacrò il bestiame e ferì due pastori. Prima che il giorno finisse i Comanche uccisero due giovani e tre vaqueros in luoghi chiamati Lagualilas e El Palo Blanco, a nordest di Mapimi, e portarono via tre prigionieri e tutti i cavalli. Leggi il resto

La casa sul fiume del vento

IMMAGINE COPERTINAUna guida di carovane che si reca inconsapevolmente ad un appuntamento con il destino, una giovanissima schiava fuggita dalle piantagioni del Mississippi mentre sta per finire la guerra, una prigioniera dei Cheyenne che tenta di rifarsi una vita fra i Bianchi, una ragazza debosciata che si concede ad un maniaco alcolizzato, una giovane fuorilegge inseguita dagli uomini della legge dopo una sanguinosa rapina, un timido contadino del Sud che deve tenere testa ad una scatenata Messicana in una ghost town del New Mexico…
Sono soltanto alcune delle tematiche che animano “La casa sul fiume del vento”, il nuovo libro di Domenico Rizzi, uno degli autori di Farwest.it.
Il libro contiene ben 7 lunghi racconti che spaziano in un’epoca compresa fra il 1853 e il 1929, nell’America dei pionieri, degli Indiani, degli schiavi, degli sceriffi e dei banditi. Per rendere più accessibile al lettore la terminologia usata nel testo, Rizzi si prende la briga di aggiungere in appendice un glossario dei termini e un elenco delle tribù indiane citate nel corso della narrazione, dando così vita ad un volume di oltre 300 pagine. Leggi il resto

La “tierra incognita”

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Nelle sconosciute aree del Nuovo Messico, del Colorado e del Kansas vi era la “Tierra Incognita”, un vasto territorio abitato da sconosciuti indiani che vagavano nelle Pianure alla ricerca di cibo. Gli spagnoli non conoscevano queste terre, ma sapevano che vi era “El Cuartelejo”, un mitico insediamento nativo dei bellicosi indiani Apaches.
El Cuartelejo sembra sia stata un oasi nascosta delle alte Pianure del Kansas occidentale (Scott County), e la sua storia è sicuramente antecedente all’insediamento di genti europee. Il termine spagnolo significava “Quartieri Lontani”, fu costruito dagli Apaches, cui si aggiunsero indiani Pueblos – Taos e Picuris – che sfuggivano all’avanzata spagnola verso nord. Nell’ottobre 1696 gruppi Picuris si sarebbero uniti agli Apaches, già noti come “Cuartelejos”; in precedenza, nel periodo 1640-60, anche gruppi di Taos avrebbero raggiunto l’insediamento. Leggi il resto

Gli anni finali di Doc Holliday

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Sulla figura di Doc Holliday sono stati versati fiumi di inchiostro. Le gesta di questo micidiale pistolero minato dalla tisi che passava da una rissa all’altra, fanno ormai parte della storiografia del West.
“Doc aveva pochi amici veri”, disse una volta Bat Masterson. Secondo il famoso sceriffo di Dodge City, Doc era perfido di natura, ma aveva un paio di qualità che a quel tempo nel West volevano dire qualcosa. Per prima cosa, il coraggio. Doc non aveva paura di nessuno e, secondariamente, c’era la totale lealtà verso gli amici. Leggi il resto

Il prezzo dell’onore

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In genere non recensiamo i fumetti – per i quali abbiamo uno spazio dedicato nel forum – ma per questa uscita della Sergio Bonelli Editore, ci sentiamo di fare una gioiosa eccezione che affidiamo alle parole del nostro Emanuele Marazzini.
Uno dei protagonisti dell’intramontabile Mucchio Selvaggio di Peckinpah, il granitico Pike Bishop (interpretato da William Holden), così esclamava dopo una tragica rapina finita in fiasco: «Bisogna lavorare col cervello, le pistole non bastano più!».
Lo sceneggiatore Fabrizio Accatino, a cui si deve Il prezzo dell’onore (Sergio Bonelli Editore, 3,80 €, aprile 2015), sembra aver colto appieno questa provocazione, mostrando al lettore che si può partorire un western di spessore, quello con la W maiuscola, solo se chi impugna la penna (sia a livello letterario che cinematografico) possiede dapprima la pazienza di fermarsi un momento a riflettere e poi l’estro di saper rimescolare adeguatamente e originalmente quegli stessi elementi che contraddistinguono da più di un secolo e mezzo il codice genetico di questo particolarissimo genere. Leggi il resto