A proposito di Ombre Rosse

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Quando il cinema western faceva sognare ma anche riflettere e le sue storie signifcavano qualcosa, prima che un’inflazione di discutibili pellicole precipitassero il genere in un abisso di vicende squallide e ripetitive, facendo dimenticare il meglio che era riuscito ad esprimere nell’arco di un secolo, nascevano film come “Stagecoach”, “Ombre rosse”. E quale migliore citazione, per ricordare le glorie del passato, che quella di un super classico diretto da John Ford? Andrea Bosco, giornalista e critico cinematografico, ci ha riprovato con successo nel suo libro “A proposito di Ombre Rosse” pubblicato di recente e veramente degno di menzione, sebbene dall’uscita del film siano trascorsi ben 86 anni.
Bosco, amico di lunga data e pen friend nel libro realizzato insieme nel 2011 dal titolo più che eloquente – “I cavalieri del West” – ha affrontato l’argomento con grande trasporto, approfondendolo in tutti i suoi aspetti e formulando giudizi che lo stesso regista Ford avrebbe largamente apprezzato e condiviso.
Il suo saggio accompagna tutti i passaggi della trama elaborata dal racconto di Ernest Haycox (ispirato a “Palla di sego” di Guy de Maupassant) soffermandosi sui personaggi, sulle loro battute, le situazioni, i luoghi di ambientazione, la colonna sonora, la fotografia, la critica e molti particolari in buona parte sconosciuti al grosso pubblico. Tutti quelli della nostra generazione hanno assistito almeno una volta alla proiezione di questo capolavoro, ma il numero di coloro che ne hanno compreso l’importanza e la collocazione nella lunga storia del western movie dal 1903 ad oggi è assai più ristretto. Parafrasando Ray Bradbury, un autore di fantascienza alquanto atipico e soprattutto il titolo del suo racconto “Tutta l’estate in un giorno”, si può azzardare che “Ombre rosse” sia riuscito a racchiudere “tutto il western in una sola pellicola”. Non è infatti esagerato affermare che il film, realizzato nel 1939, contiene tutti gli ingredienti della fantastica epopea del West, compresi i combattimenti con gli Indiani, gli inseguimenti della diligenza e le sparatorie urbane. Bosco evidenzia sapientemente e con grande cognizione di causa tali elementi, al punto che l’interrogativo potrebbe essere: che cosa manca a “Ombre rosse” per definirlo una perfetta sintesi del genere western?
Come è noto, la trama è basata sul percorso che una “Concord della Overland Stage Line, come si legge nel frontalino della carrozza”, precisa l’autore compiendo un vero studio sul celebre mezzo di trasporto effettua dalla cittadina di Tonto, in Arizona, a Lordsburg, New Mexico, con a bordo 9 passeggeri, uomini e donne che rappresentano ciascuno una tipologia classica del genere. Al fuorilegge Ringo Kid, impersonato da un John Wayne non ancora popolarissimo – il suo precedente più famoso era “Il grande sentiero”, diretto da Raoul Walsh nel 1930 – si accostano la prostituta Dallas (Claire Trevor) il medico ubriacone Boone (Thomas Mitchell) il giocatore d’azzardo Hatfield (John Carradine) la sposa incinta di un ufficiale di cavalleria, Lucy Mallory (Louise Platt) un timido rappresentante di liquori (Donald Meek) il marshal – tradotto dal doppiaggio italiano con “maresciallo” – Curly Wilcox (George Bancroft) il banchiere disonesto Gatewood (Berton Churchill) e altri personaggi di contorno. La diligenza che solca i polverosi e roventi sentieri della Monument Valley, per anni palcoscenico preferito da Ford, è quasi certamente una metafora dell’America in movimento, che si porta dietro le sue discriminazioni, le ingiustizie, il razzismo, conflitti mai sopiti come la guerra di secessione, ma anche le speranze, il desiderio di riscatto, il traguardo di una nazione proiettata verso il futuro. “Nel film di Ford” scrive Bosco “i personaggi viaggiano assieme ma…una cosa accomuna tutti: la consapevolezza di un’umanità divisa in classi sociali.” Gli eventi spingeranno al superamento di molte di tali differenze, cementando la relazione sentimentale fra Ringo Kid e Dallas, entrambi redenti e proiettati alla fine verso un’esistenza normale che li sottragga “alle delizie della civiltà”, come commenta nella sequenza finale il dottor Boone.
Nel lungo e pericoloso tragitto, Ford inserisce tutti gli ingredienti indispensabili alle finalità che si è preposto. Lucy Mallory dà alla luce la sua creatura fra mille travagli; Dallas, allontanata da Tonto dalla Lega della Moralità e disprezzata da quasi tutti i passeggeri per il suo “mestiere”, la assiste amorevolmente; il dottor Boone l’aiuta nel parto, vincendo lo scetticismo dell’aristocratico Hatfield in fuga, sotto falso nome, dal proprio passato. Gli Apache, la vera minaccia incombente, stanno ai margini del contesto, guidati da un Geronimo fuggito per l’ennesima volta dalla riserva di San Carlos. Come in molti altri film, essi sono le vere vittime della conquista del West, nella quale gli avventurieri quali Hatfield – che in realtà si chiama Greenfield ed è figlio di un giudice del profondo Sud – si rivelano gentiluomini, i medici alcolizzati non dimenticano la loro missione e le donne di malaffare, prima ancora di aspirare ad un riscatto sociale, mostrano di non avere mai smarrito la propria umanità.
Andrea Bosco sottolinea la scelta appropriata di Geronimo, selezionato per la sua effettiva somiglianza con il condottiero indiano, fra le decine di comparse ingaggiate presso i Navajo dell’Arizona, la tribù prediletta da Ford in tutte le sue produzioni, trasformati di volta in volta in Cheyenne (“I cavalieri del Nord-Ovest” e “Il grande sentiero”) Comanche (“Sentieri selvaggi”, “Cavalcarono insieme”) o Apache (“Il massacro di Fort Apache”, “Rio Bravo”, oltre a “Ombre rosse”). Il suo libro rappresenta una disamina completa di tutti i collaboratori del regista nella trama in questione, dallo sceneggiatore Dudley Nichols, a Bert Glennon (fotografia) a Richard Hageman (musiche) aggiungendovi un’analisi minuziosa degli attori e dei ruoli interpretati. “Ombre rosse” costiuisce dunque l’apice del suo genere – fu il primo girato da Ford con il sonoro – ma anche, come si è premesso, la sua perfetta sintesi. Infatti, oltre ad esplorare tutte le tipologie più note dei protagonisti del West, riassume gli aspetti meglio evocativi della lunga storia della Frontiera: l’accidentato percorso della diligenza fra i torrioni di roccia della Monument Valley, che Bosco definisce appropriatamente “uno scenario da favola”; l’attraversamento del fiume Kern, la sosta nella stazione di posta di Apache Wells (ricostruita a Iverson Ranch) l’arrivo nella cittadina di Lordsburg, il saloon, dove i fratelli Plummer bevono l’ultimo whisky prima di affrontare Ringo Kid. All’inseguimento della corriera da parte degli Apache, girato a Lucerne Dry Lake, California – “un lago salato, una distesa bianca e piatta” scrive l’autore, dove “il bianco e nero del film non rendono abbastanza l’idea del luogo” commentando tristemente che “oggi è tagliata da una strada asfaltata” – si aggiunge il duello finale nel quale Kid si cimenta con il fucile, secondo le corrette informazioni che John Ford ha avuto da autentici uomini di legge quali Wyatt Earp e Pardner Jones.
Il film, oggi conservato presso la National Film Registry della Biblioteca del Congresso, ottenne 2 Oscar: per il miglior attore non protagonsita a Thomas Mitchell, il medico alcolizzato, e la colonna sonora di Richard Hageman. L’autore evidenzia inoltre che John Ford fece adattare 17 motivi americani popolari – quali il famosissimo “Shall We Gather at the River”, ripetuto anche in “Sentieri selvaggi” e in altre pellicole – per conferire maggiore intensità alle varie sequenze, sebbene non tutti i brani aderiscano adeguatamente alle varie situazioni. Anche questo accorgimento contribuisce a rendere immortale il film, come le musiche di Ennio Morricone faranno più tardi corredando quelli di Sergio Leone.
Bosco conclude degnamente la sua profonda lettura del film con una citazione dall’opera di Patrick Brion “Encyclopedie du western”: “’Ombre rosse’ avrebbe potuto perdere nel corso degli anni…il proprio fascino. Esattamente il contrario è accaduto in ‘Ombre rosse’ grazie al genio di Ford. Gli archetipi da lui creati sono dei pilastri indistruttibili della storia del western”.
Un’opera assolutamente da non perdere per tutti gli amanti del genere.

Titolo dell’opera: “A proposito di Ombre rosse”
Autore: Andrea Bosco
Editore: Book Time, Milano
Anno di pubblicazione: 2025
Rilegatura: Brossura leggera
Pagine: 196
Prezzo: Euro 20,00.
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