Ricordo di Robert Redford
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Era un uomo bello, espressivo, talentuoso: un bravo attore. E una persona che rispettava i suoi simili e la natura. Charles Robert Redford: nato a Santa Monica nel 1936, morto a Provo il 16 settembre del 2025. Attore, regista, produttore. Nel 1990, con l’amico Sidney Pollack, regista di alcuni suoi film, aveva fondato il Sundance Film Festival, rassegna per pellicole indipendenti. Provo è nello Utah, a una quarantina di chilometri da Salt Lake City. Fu la sua prima moglie, Lola Van Wagenen, originaria della terra dei mormoni, a fargli conoscere quei luoghi e a ispirargli l’amore e il rispetto per la natura.
Di origini scozzesi e irlandesi, figlio di una casalinga e di un lattaio (successivamente ragioniere), Redford, quasi fallimentare come studente, eccelleva negli sport. Cosa che gli consentì di sviluppare la muscolatura e gli servì, una volta approdato a Hollywood, a girare quasi tutte le sequenze in esterno senza controfigura. Da Lola Van Wagenen ebbe quattro figli, uno morto per una sindrome letale infantile dopo appena due mesi di vita. Divorziò da Lola nel 2009 per sposare l’artista tedesca Sibylle Szaggars.
Impegnato politicamente, “liberal” convinto, Redford non amava i riflettori. Quando a Venezia gli fu assegnato (assieme a Jane Fonda) il suo secondo Oscar (alla carriera), con timidezza e imbarazzo incontrò il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che aveva voluto conoscerlo.
Benché divo affermato e protagonista di film che sono entrati nella leggenda del cinema, da “Tutti gli uomini del presidente” a “Come eravamo”, a “La stangata”, a “La mia Africa”, a una delle versioni cinematografiche de “Il grande Gatsby”, la sua vita privata è sempre stata assai poco rumorosa. A lungo si vociferò di una sua love story con Jane Fonda, compagna sul set di molte pellicole. Ma il loro rapporto di grande amicizia e complicità non sfociò mai in una storia d’amore. Ha confessato Jane di essere stata innamorata di Robert e di aver addirittura voluto fare il primo film con lui per “poterlo baciare”. Ma anche davanti alla cinepresa, Redford, secondo i ricordi della Fonda, era impacciato e quasi schivo nelle scene sentimentali. “Eravamo entrambi impegnati – ha spiegato Jane – e nessuno dei due è mai andato oltre.”

Una scena tratta da “Butch Cassidy”
Redford è stato protagonista anche di western di ottima fattura: da “Butch Cassidy” (Paul Newman nei panni di Butch, Redford in quelli di Sundance Kid), diretto da George Roy Hill, storia romanzata di due banditi realmente esistiti che svaligiavano i treni, componenti del famigerato e leggendario “Mucchio selvaggio”, e che finirono per morire tragicamente (epica la sequenza finale) in Bolivia; a “Ucciderò Willie Kid”, nei panni di uno sceriffo che di malavoglia affronta e alla fine uccide un pellerossa in fuga, anche se in realtà è l’indiano che, con il Winchester scarico, si espone volontariamente ai colpi del tutore della legge. Ragguardevole anche “Il cavaliere elettrico”, storia naturalistica di un cowboy moderno che sottrae alle mire degli speculatori un cavallo destinato allo show business per – dopo lunga fuga – liberarlo in una pianura dello Utah. Sua compagna nei panni di una reporter, Jane Fonda.
Ma il film che probabilmente ha maggiormente segnato lo spirito del vecchio West, legato alla natura, fatta anche di asperità e crudeltà ma in un disegno più alto, quello dell’irrilevanza dell’uomo rispetto ai grandi spazi, là dove la vita (in un equilibrio oggi purtroppo in pericolo, causa l’avidità umana) “deve” terminare per consentire ad altre vite di svilupparsi, è “Corvo rosso non avrai il mio scalpo” di Sidney Pollack.

Una sta di “Corvo rosso non avrai il mio scalpo”
Titolo fuorviante con il quale i distributori italiani misero in circolazione “Jeremiah Johnson” (1972), presentato in concorso al 25º Festival di Cannes e tratto da due romanzi: “Crow Killer: The Saga of Liver-Eating Johnson” di Raymond Thorp e Robert Bunker, e “Mountain Man” di Vardis Fisher.
Jeremiah, veterano della guerra contro il Messico, cerca una nuova esistenza come cacciatore tra gli spazi sconfinati delle Montagne Rocciose. I primi incontri li fa con un capo Crow (Mano Che Segna Rosso), che quasi lo irride per la sua incapacità nella pesca, e con il cadavere congelato di un trapper, Hatchet Jack, dal quale “eredita” un Hawken calibro 12, fucile di grande potenza e precisione. Con il terzo incontro (il vecchio mountain man Artiglio d’Orso, Chris Lapp), Jeremiah fa il suo apprendistato nella grande natura americana.
Le avventure si succedono: Jeremiah adotta un ragazzino, che chiamerà “Caleb”, superstite assieme alla madre (impazzita per il dolore) di una famiglia massacrata dai Crow. Un successivo incontro con il trapper Del Gue (che si è rapato a zero per evitare di farsi scalpare) porta i tre in un villaggio di Teste Piatte, tribù alla quale Johnson dona alcuni cavalli sottratti a dei Piedi Neri che, a loro volta, li avevano razziati. Il dono è importante e, secondo la tradizione dei nativi, il capo ricambia offrendo a Jeremiah la figlia Cigno (Swan nella versione statunitense). Inizialmente riluttante, Johnson mette su famiglia con Cigno e Caleb. Trova un luogo adatto e costruisce una vera casa di legno. Va a caccia, tratta con rispetto la sua donna indiana, i nativi tollerano la loro presenza.
Ma la tranquillità della vita di Jeremiah presto si infrangerà: dovrà aiutare, su richiesta dell’esercito e di un predicatore dai tratti fanatici, una carovana che si è sperduta tra le montagne. Il tempo stringe, l’inverno sta arrivando, e c’è un solo modo per portare salvezza ai migranti: attraversare il cimitero dei Crow, zona sacra e proibita ai bianchi. Jeremiah lo fa, l’aiuto alla carovana arriva, ma il prezzo che il trapper dovrà pagare sarà tremendo: tornato a casa trova Cigno e Caleb trucidati dai Corvi, che si sono in questo modo vendicati di quello che hanno vissuto come uno sfregio. Jeremiah, dopo aver sepolto i suoi cari, brucia tutto e torna nella natura a caccia del gruppo che ha ammazzato i suoi cari. Li scova e li finisce uno alla volta. Ma questo crea la leggenda dell’“uccisore dei Corvi”.

Robert Redford in “Jeremiah Johnson”
Da solo contro una tribù, che però ha il senso dell’onore: quindi manda un guerriero alla volta. Uccidere Jeremiah Johnson è il passaporto per la fama in quelle lande. I Corvi creano persino una sorta di tomba, la sua, adornata dei ninnoli dei guerrieri che sistematicamente Jeremiah uccide. È un avversario, ma non lo odiano: vogliono semplicemente batterlo, perché chi lo farà riceverà gli onori della tribù. Ma Johnson è un osso duro. Passano i giorni e le settimane. Alla fine, l’incontro con Mano Che Segna Rosso. Jeremiah imbraccia il fucile consapevole che quel guerriero è più pericoloso degli altri. Ma il Corvo stende la mano in segno di pace, corrisposto da Johnson. La faida è finita. E nella natura sterminata delle Montagne Rocciose c’è posto per chi (anche un bianco) ne rispetta le regole.
Il film fu un successo al botteghino. Secondo Morando Morandini: “Il conflitto tra la collettività dei legittimi padroni del luogo e la necessità storica del pioniere scatena una dura lotta, ma sfocia nella necessaria pratica della tolleranza.” Franco La Polla ne sottolinea la “circolarità, essendo il percorso del protagonista curvo e destinato a tornare necessariamente al punto di partenza.” Gianni Grazzini, sul “Corriere della Sera”, lo celebrò come “uno dei film più belli del cinema americano”. Ugo Casiraghi, su “L’Unità”, sottolinea la bellezza della fotografia di Duke Callaghan, “in una ballata sulla dignità dell’uomo, rosso o bianco che sia.” Per Franco Colombo (“L’Eco di Bergamo”) fu “un racconto affascinante e scabro”. Mentre “il paesaggio di una bellezza aspra e selvaggia” colpì positivamente Filippo Abbiate su “Il Giorno”.
Inizialmente entusiasta della proposta di Pollack e Redford, la Warner, dopo aver versato 200.000 dollari, si spaventò per i costi sempre più elevati del film e pretese che il budget fosse rispettato. I due amici partirono per lo Utah, decisi a girare l’intera storia in esterno. Nello Utah trovarono condizioni climatiche e logistiche proibitive. Dovendo inventare un pretesto per la furia cieca dei Corvi, alla fine concordarono sulla violazione del sacro cimitero dei nativi.
Il film incassò 22 milioni di dollari nei soli USA e Canada. E Redford contribuì, contravvenendo alle sue abitudini, alla campagna promozionale del film. Nonostante il lirismo della pellicola e il rispetto che Pollack evidenzia sia per i nativi che per la natura, “adottando” alla fine il protagonista del film (Redford) in un mondo “puro” quanto terribile, non mancarono le critiche del mondo femminista per una sequenza: quando la piccola carovana composta da Jeremiah e la sua famiglia a cavallo si muove in cerca di un luogo sicuro per vivere. Apre Redford, segue il piccolo Caleb (Josh Albee), segue un mulo con le provviste e chiude la fila Cigno (Delle Bolton). Le attiviste trovarono la “scansione” estremamente maschilista. Ma sbagliavano: nel West, le donne chiudevano quasi sempre “la fila”. Era un modo per proteggerle. A meno che non si trattasse di guerriere abituate ad andare in battaglia.
Al successo del film contribuì anche la stupenda colonna sonora di John Rubistein e Tim McIntire. Per cronaca, il film fu il primo western mai ammesso in concorso al Festival di Cannes.
In Italia ispirò la serie a fumetti “Ken Parker”, con il protagonista creato da Berardi e Milazzo, che ha il volto di Robert Redford. Nel numero di “Topolino” del 12 luglio 1994, nella serie “C’era una volta in… America”, la storia intitolata “Topolino e il grande cielo” si ispira alle avventure di Jeremiah Johnson. La pellicola è citata anche nel romanzo “Waiting for White Horse” di Nathan Jorgenson.

Ken Parker
Con il titolo della pellicola “Corvo rosso non avrai il mio scalpo” è stato pubblicato da La Frontiera Edizioni nel 1988 il romanzo di Thorp e Bunker. Johnson viene citato anche come Johnston: “Una mattina di maggio del 1847, gli indiani Crow uccisero e scotennarono la moglie incinta di John Johnston, il quale, per molti anni a venire, uccise e scotennò indiani Crow, per mangiarne poi i fegati crudi.” Le avventure del trapper sono nel romanzo articolate e il film ne narra solo una parte.
Diventato vecchio, Johnson vendette il terreno che possedeva e, come risulta dagli archivi della Veterans Administration, entrò nel dicembre del 1899 al Veterans Hospital di Los Angeles. Malato, soffriva soprattutto per aver dovuto abbandonare i grandi spazi dove aveva voluto vivere la sua vita “en plein air”, lontano dalla folla. Morì un mese più tardi, il 21 gennaio 1900. Fu sepolto in una sezione del cimitero “San Juan Hill”. La seconda lapide a partire dalla strada porta questa iscrizione:
CO. H
2ND. COLO. CAV
Negli anni Settanta un gruppo di suoi ammiratori, come ne scrive Philip José Farmer in “The Magic Labyrinth” (Putnam’s, New York, 1980; esiste una traduzione italiana a cura di Roberto Rambelli per la Editrice Nord, Milano 1981), fece traslare le ossa per seppellirle su una montagna del Colorado. “Johnston era un uomo che si sentiva a disagio se il vicino più prossimo era a meno di cento chilometri di distanza.”
