Bill Longley, a cavallo tra il patibolo e la leggenda
A cura di da un lavoro di Rick Miller

L’11 ottobre 1878, in una giornata ventosa, la cittadina di Giddings, nel Texas centrale, fu teatro di un evento memorabile. Migliaia di persone accorsero per assistere all’ultima ora del famigerato Bill Longley. Condannato oltre un anno prima per l’uccisione a colpi di fucile del suo amico d’infanzia, Wilson Anderson, avvenuta nel marzo 1875, Longley fu condotto su un carro, chiuso in una gabbia di ferro, dal carcere della contea di Lee fino al patibolo eretto poco fuori dal paese.
Catturato in Louisiana nel giugno 1877, Longley si era subito vantato con i giornali del Texas di essere il peggior fuorilegge mai visto nello Stato, affermando di avere ucciso ben trentadue uomini. Una cifra che, se vera, superava i ventotto morti attribuiti al suo rivale in fama, John Wesley Hardin, all’epoca rinchiuso in una prigione di Austin. Con l’avvicinarsi del processo, però, Longley ritrattò i suoi stessi racconti, ma ormai era troppo tardi per evitare la condanna a morte. Indagini successive hanno stabilito che le sue vittime furono in realtà cinque, forse sette al massimo, e non trentadue.
Va detto che Longley affrontò il patibolo con coraggio. Indossava un abito nuovo e una coccarda blu appuntata sul bavero. Convertitosi al cattolicesimo per prepararsi all’incontro con Dio, salì con calma sul palco mentre lo sceriffo Jim Brown gli sistemava il cappuccio e la corda al collo. Quando la botola si aprì, però, la corda scivolò dal traverso, facendolo precipitare a terra e probabilmente rompendogli una gamba. Senza esitare, Brown e un vice tirarono con forza la corda, sollevandolo in aria e strangolandolo lentamente. L’ordine della corte era stato eseguito, e Brown certificò sulla sentenza di morte che il corpo era stato sepolto immediatamente dopo l’esecuzione. Alcuni giornali accennarono al fatto che il cadavere fosse stato restituito alla famiglia in Bell County.

Bill Longley in manette
Ma davvero Bill Longley era morto quel giorno?
I suoi genitori, Campbell e Sarah Longley, vivevano lungo il fiume Lampasas, tra Waco e Austin. Secondo le tradizioni familiari, la madre Sarah non si rassegnò mai alla perdita del figlio prediletto. I parenti acconsentirono quindi a mantenere vivo il ricordo per lei, arrivando persino a farle avere lettere scritte da una figlia che viveva nello Utah. Nel 1887, Campbell Longley dichiarò al Belton Journal che l’impiccagione del figlio era stata in realtà una messinscena, resa possibile da un ricco fratello residente in California che avrebbe corrotto lo sceriffo Brown e altri funzionari. Secondo questa versione, Bill indossava un’imbracatura speciale, la sua esecuzione fu simulata e in seguito si trasferì in America Centrale, dove divenne allevatore.
La notizia non ebbe seguito, ma non cadde del tutto nell’oblio.
Nel 1988 Ted Wax, di Gonzales (Louisiana), pubblicò Dead Man on the Bayou, sostenendo che Longley fosse sopravvissuto e che fosse vissuto con il nome di John Calhoun Brown, nonno materno dell’autore, morto nel 1923. Wax si basava su un documento trovato nel 1952, redatto da sua madre, secondo il quale Longley e Brown erano la stessa persona. Wax arrivò a sostenere che le fotografie dei due uomini fossero identiche e che la grafia di Longley corrispondesse a quella di Brown.
L’ipotesi interessò il professor Douglas W. Owsley, allora docente di antropologia alla Louisiana State University e in seguito curatore al Museo di Storia Naturale dello Smithsonian, divenuto famoso come antropologo forense. Owsley collaborò con i coniugi Brooks e Suzanne Elwood del Centro Studi Geoarcheologici dell’Università del Texas ad Arlington per verificare se la tomba di Longley fosse rintracciabile nel cimitero di Giddings.
Tra il 1992 e il 1995 furono individuate cinquantanove tombe senza nome nella parte del cimitero che, all’epoca dell’impiccagione, non era ancora stata consacrata. Su indicazione di una vecchia foto degli anni Venti, ritenuta ritraesse la sepoltura di Longley, vennero riesumati trentuno scheletri, ma nessuno corrispondeva per sesso, età o caratteristiche fisiche. Non si trovò nemmeno il presunto pozzo riempito di pietre o di ossa di maiale che avrebbe dovuto comprovare la tesi di Wax. Un tronco pietrificato, che secondo la tradizione segnava la sua tomba, era stato spostato più volte dai custodi del cimitero, rendendo la ricerca ancora più incerta.

L’impiccagione di Bill Longley
Gli Elwood però non si arresero. Confrontarono la foto degli anni Venti con immagini moderne del cimitero, stabilendo che l’unico punto possibile era quello contrassegnato dal memoriale di Longley. Scavi successivi confermarono l’esistenza di una fossa.
L’11 luglio 1998, alla presenza di Ted Wax, fu effettuato un ultimo tentativo. Uno scavatore rimosse più di un metro di terra e gli studenti di archeologia iniziarono a setacciare con cura il terreno. Vennero alla luce chiodi di bara e poi resti umani. L’esame preliminare rivelò che lo scheletro apparteneva a un giovane adulto della razza e dell’età giusta per Longley. Attorno al collo c’era un rosario, coerente con la sua conversione, e fu trovato anche un frammento di materiale artificiale con un motivo a foglia, che potrebbe essere appartenuto alla coccarda blu indossata il giorno dell’impiccagione.
I resti vennero trasferiti prima all’Università del Texas a San Antonio e poi allo Smithsonian di Washington per ulteriori analisi. Sebbene il cranio fosse danneggiato e incompleto, i denti si conservarono bene e permisero di ottenere campioni per eventuali test genetici. Ted Wax rimase convinto che non fosse il corpo di Longley, ma piuttosto quello di un altro individuo sepolto lì.
Gli studiosi, al contrario, ritengono altamente probabile che lo scheletro sia davvero quello di Bill Longley. Ulteriori analisi e, forse, un futuro confronto del DNA con i discendenti materni potrebbero mettere definitivamente la parola fine a uno dei misteri più intriganti del West.
