Tierra adentro y tierra afuera

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Nel tardo XVII secolo la Corona spagnola considerava le terre a est del Río Grande, e a ovest della Florida, come parte integrante del proprio dominio coloniale. L’imperativo numero uno era quello di scoprire nuove terre per poi colonizzarle. A nord del Río Grande le grandi distese pianeggianti erano praticamente sconosciute, ed allora ecclesiastici e zelanti soldati, con uomini coraggiosi al fianco, ridussero sistematicamente il divario tra l’ignoto, vale a dire la “tierra adentro”, e il conosciuto, la “tierra afuera”.
In questo periodo, l’espressione “tierra adentro” veniva spesso utilizzata per indicare l’interno sconosciuto, e viaggiare nella “tierra adentro” significava oltrepassare la frontiera conosciuta, la “tierra afuera”. Il “Diccionario de la lengua Castellana” definisce “adentro” come “Lo Escondido y retirado del Lúgar que está presente, y contrário à lo que es afuera”. Di conseguenza, la “tierra adentro” è definita come frase “con que se explica la parte de un Réino, ò Província, que tiene alguna distáncia considerable de sus confines, specialmente del mar”. Al contrario, “afuera” è definita come “Lo que está por la parte external de alguna cosa. Lo contrário de adentro”. Quindi, i due termini ed espressioni venivano definiti in opposizione tra loro anche se, come espressione e concetti opposti, appaiono contro intuitivi.


Maria F. Wade e la sua opera storica

La “tierra adentro”, era quello che era nascosto e distante dal luogo, ma all’interno dei confini conosciuti del regno in cui si trovava il soggetto, il che andava a contrapporsi a “tierra afuera”, l’esterno del territorio “nascosto e lontano”, la frontiera conosciuta. Stando alla Maria F. Wade, “vi sono due prospettive guida sulla motivazione che ha portato all’esplorazione del territorio moderno del Texas”, la prima riguardava le ragioni politiche e strategiche che spingevano la Corona ad ordinare varie spedizioni a est, mentre la seconda riguardava le intenzioni e gli obiettivi degli individui che spingevano la frontiera verso oriente. Chiaramente gli spagnoli erano fortemente preoccupati della presenza francese a ovest del Mississippi, la presenza del Jean Gery a nord del Río Grande e del La Salle sulla costa del Golfo erano motivo di seria preoccupazione. Inoltre, il quel periodo la Corona era sulla difensiva, soprattutto per problemi dinastici e politici. In effetti, le rivolte native nel Nuovo Messico e le azioni francesi nelle aree del Mississippi-Louisiana-Texas stavano diventando significative e preoccupanti. Nell’agosto 1683 il Juan Sabeata informava il governatore Antonio Otermín, che “uomini di carnagione bianca, con occhi blu e capelli rossi” stavano commerciando da tempo con gli indiani Caddoan del gruppo “Tejas”, erano arrivati con “case di legno e camminavano sull’acqua”. Gli spagnoli preferirono però occuparsi nella “reconquista” del Nuovo Messico e volsero lo sguardo a nord in direzione di Santa Fé. La prima spedizione via terra conosciuta nel Texas venne affidata all’Alonso de León, il figlio dell’omonimo esploratore; questi venne informato (1686) che i gruppi nativi – chiamati “Pajarito e Blanco” -, avevano avvistato uomini bianchi sul Río Grande. Incapace di avvistare e localizzare insediamenti, o campi, di uomini bianchi, sarebbe rientrato velocemente alla base, lasciando campo aperto ad un secondo tentativo (marzo 1687), quando ancora si mosse lungo la costa meridionale del Texas ma, anche in questo caso, sarebbe rientrato alla base. Due altre spedizioni, provenienti dalla Florida, si misero sulle tracce dei francesi senza alcun successo, con altre sporadiche che avrebbero interessato le aree costiere del Golfo del Messico. Tutte queste avrebbero accertato la presenza francese, ma nessun insediamento venne localizzato nell’area.


Una veduta del corso del Guadalupe River

Quando l’Alonso de León divenne governatore del Coahuila (ottobre 1687) grazie all’interessamento del vescovo di Guadalajara, il don Juan de Santiago León Garavito, venne stabilita una postazione nel Coahuila, sarebbe diventata il “Presidio de San Francisco” con 25 soldati. Un dato di fatto molto importante venne rappresentato dal diffuso malcontento nativo risalente agli anni 1687-1688. Una serie di attacchi si ebbero nel Coahuila, nel Nuevo León e nella Nueva Vizcaya, attacchi portati avanti da indiani delle missioni e dai pericolosi Tobosos, tutti sotto la guida di un leader chiamato “don Pedrote” che concentrava la sua furia ribelle contro i convogli e i mercanti che percorrevano le rotte di rifornimento. I successivi sforzi dell’Alonso de León (gennaio 1688) portarono a ben poco infatti, ancora nell’aprile 1688, il comandante temeva una ennesima rivolta generale dei nativi. Affiancato da mercenari Tlaxcaltecan, attraversò il Río Grande e riportando notizie preoccupanti sui francesi che vivevano con diversi gruppi nativi; poi, il 18 maggio 1688, lasciava il Coahuila con l’intenzione di catturare il tanto ambito e noto “Jean Gery”, da lungo tempo amico dei francesi, ormai stabilitisi tra i Tejas.


Un discendente dei Tobosos

Il 23 marzo 1689, il comandante lasciava Monclova per spingersi nel Texas centrale e nella Matagorda Bay, doveva assolutamente individuare l’insediamento francese nell’area, ma anche questa volta gli spagnoli fallirono la missione e, alla morte del de León morì (1691), prese il comando il capitano Diego Ramón. Dopo questa parentesi storico-introduttiva, sembra logico annotare le vere e proprie fonti storiche che partono dal periodo agosto-ottobre 1683, quando alcuni spagnoli poterono contattare i Tejas, indiani annotati come aventi grandi quantità di cavalli. Due anni dopo, nel gennaio 1685, il La Salle avvistava le coste della Matagorda Bay però, nel marzo 1687, venne ucciso nel territorio dei Tejas. Comunque, in maggio, i francesi stanziati in un piccolo insediamento sul Garcitas Creek, lungo le coste texane, erano ancora nell’area ed ancora operativi. I resoconti dei nativi sugli stranieri indicavano che, in quel periodo, si riferivano costantemente a loro come “spagnoli”, in pratica non distinguevano tra spagnoli e francesi e chiaramente non capivano, e probabilmente non potevano, le conseguenze dei loro resoconti. Stando alla Wade, la consegna del Jean Gery sarebbe stato l’inizio della comprensione che i due gruppi di persone con la pelle bianca, e molte altre cose in comune, erano in realtà “nemici reciproci”. Questo sarebbe un errore molto pesante per i gruppi nativi del Texas. Nel frattempo, il comandante si mosse e, il 30 maggio, percorse ben 62 leghe (164,3 miglia) da Monclova, attraversando il Río Grande per poi arrestare il Jean Gery. Circa 350 indigeni erano presenti nella “ranchería”, con altri 500 impegnati nella caccia ai bufali in terre lontane. Dopo il veloce rientro a Monclova (6 giugno), avrebbe interrogato il Gery (7 giugno), con lui vi era anche il governatore del Nuevo León, il Fernández de la Ventosa; e infine, tra il 12 e il 20 luglio, venne interrogato dal viceré a Città del Messico. Il 2 novembre dello stesso anno il generale Juan Retana incontrava, a La Junta de los Ríos, il governatore Pardiñas, e successivamente dal Río del Norte, si mosse per prendere un prigioniero francese e viaggiare a nord del fiume fino all’insediamento francese.


Ricostruzione di un tipico nativo del Texas meridionale

Il 15 novembre si mosse nuovamente e, tre giorni dopo, padre Colima riferiva che i missionari stavano lasciando le zone di La Junta de los Ríos a causa di una ribellione degli indiani Suma. I missionari e gli indigeni che stavano lasciando La Junta riferivano che i corrieri nativi menzionavano la presenza di stranieri nelle terre dei Tejas; inoltre, il 21 novembre, il don Nicolas, un capo dei Cibolo di La Junta, testimoniava davanti al Retana, e dichiarava che alcuni gruppi Cibolo del Río Grande commerciavano con i corrieri del “don Nicolas el Cibolo”. Annotiamo che il capo “Don Nicolas el Cibolo” e l’altro “Don Nicolas el Cibolo” erano due leader diversi. Le fonti non sono certamente chiare ma, comunque, il “Don Nicolas el Cibolo” informava gli indigeni di La Junta che sarebbe arrivato con la sua gente portando uno “spagnolo” separatosi dagli altri vicini alle terre dei Tejas. Lo stesso leader stava portando anche lettere ai missionari, tutte scritte dagli “spagnoli” posizionati presso i Tejas. Questi riportavano notizie chiare e fresche riguardanti i Cibolo delle pianure, i quali ben sapevano che gli “spagnoli” del Texas orientale scambiavano asce e vestiti per cavalli, e viaggiavano sia all’interno che all’esterno della zona. Ed ancora il 21 novembre, il Don Juan de Salaises, che era venuto con il Don Nicolas, dichiarava che l’individuo “spagnolo” che Don Nicolas il Cibolo stava portando, si era tagliato i capelli come i nativi, si era rasato la barba e aveva un’arma danneggiata che lo straniero aveva detto di poter riparare. Il Salaises dichiarava che questi indiani Cibolo venivano dalle terre a est di La Junta; mentre il Salvador, un altro nativo che accompagnava il Don Nicolas, confermava la presenza di stranieri, con varie informazioni sui commerci e sull’aspetto fisico degli “spagnoli”.


Una mappa della zona

Questi dichiarava che gli “spagnoli” erano riusciti a sfuggire ad altri che volevano ucciderli poi, lo stesso Salvador, riferiva che lo “spagnolo” li aveva aiutati in un attacco contro gli indiani Michi, una popolazione che all’epoca non era alleata dei Cibolo.


Iil mondo dei Jumano

Le varie testimonianze dei nativi vennero confermate anche da padre Joachin de Hinojosa (23 novembre), il quale aggiunse che gli indigeni barattavano anche l’ematite rossa con i francesi in cambio di asce e altre cose, per poi confermare che il “moro” viveva con un gruppo nativo presso i Tejas. Due giorni dopo lo stesso Retana confermava che ormai i francesi stavano commerciando con gruppi del nord e dell’est, e tra questi anche i Cibolo e i Tejas ma, stando ad alcune fonti, durante l’inverno del 1688, i francesi dell’insediamento sul Garcitas Creek erano stati massacrati. Una certa cronologia sembra logica ma, ricordiamo che vi sono anche diverse questioni da affrontare, specialmente dopo l’attraversamento del Río Grande da parte dell’Alonso de León. A causa delle descrizioni sull’aspetto del “moro”, è chiaro che alcune informazioni dei nativi si riferissero al Gery, mentre altre indicavano i francesi del Garcitas Creek e, probabilmente anche ad una o più persone che soggiornavano con, o presso i Tejas nell’est del Texas. Le descrizioni sull’aspetto di questo personaggio concordano con quelle del Massanet e dallo stesso de León. Tra i gruppi elencati dal Gery come appartenenti al suo seguito vi erano anche i Jumano, cui bisognava aggiungere i Cibolo, stretti alleati dei primi e partecipanti a vari scontri contro i Michi.


Due immagini dell’Edward Plateau

I Cibolo confermavano che i francesi commerciavano asce, vestiti e terra rossa (ematite) con i Tejas (Caddo) e altri gruppi nativi in cambio di cavalli e generi alimentari, ma riportavano che gli indiani mostravano scarso interesse per le armi europee. La mancanza di interesse per le armi viene confermata dal bottino preso dai nativi ai francesi della Matagorda Bay, erano soltanto vestiti e anche libri. È sicuramente degno di nota che i raccoglitori e i cacciatori indossavano un minimo di copertura del corpo, conseguentemente “venivano presi con vestiti o decorazioni del corpo sotto forma di vestiti”. D’altro canto, la presa di questi oggetti testimoniava la vittoria di un gruppo. Il 3 marzo 1689, mentre si trovava sul fiume Pecos, il Retana riferiva al governatore di aver incontrato il “don Juan Sabeata” a quattro giorni di viaggio da La Junta de los Ríos. Questi dichiarava che il Sabeata era il capo principale degli indiani Cibolo e dei Jumano (“capataz principal de las naciones Zivola y Jumana”). L’11 aprile 1689 il Miguel, un leader dei Cibolo, cristianizzato e battezzato da padre Agustin Colima, testificava alcune informazioni del Sabeata, dichiarando apertamente la presenza di grandi mandrie di bisonti nelle sue terre, ma anche seri problemi dovuti agli attacchi di gruppi guerrieri provenienti da nord. Infine riportava l’uccisione di alcuni francesi in una piccola “ranchería” dei Tejas. Stando ad altri nativi, i francesi erano stati uccisi dagli indigeni delle montagne (“por los yndios de la sierra”); con altri che parlavano degli indiani della “sierra” affiancati da gruppi costieri. Comunque, quando l’Alonso de León raggiunse la Espiritu Santo Bay (Matagorda Bay), decise di rientrare velocemente nel Coahuila per poi ritornare nel Texas con il Jean Gery, grande conoscitore del territorio dove, sul fiume Guadalupe, “gli spagnoli incontrarono i primi nativi e videro e uccisero il primo bufalo”. Anche nel 1690, l’Alonso de León viaggiò di nuovo in direzione della Matagorda Bay, gli era stato ordinato di effettuare una ricognizione più completa della baia, verificare se alcuni francesi fossero rimasti nella zona e stabilire missioni nel territorio dei Tejas.


Un dipinto raffigurante il Lasalle e gli indiani

Prima di attraversare il Río Grande (3-4-5 aprile), il comandante ebbe modo di incontrare parecchi gruppi nativi in rapporti amichevoli con il Gery, poterono cacciare bisonti sulle rive del Río Grande, per poi raggiungere il Guadalupe, ma quando rientrarono a ovest non videro bufali e trovarono pochissimi nativi. La spedizione sarebbe rientrata nel Messico il 15 luglio 1690. L’anno successivo fu caratterizzato dalla spedizione del Terán de los Ríos nel Texas, il cui compito era quello di rinforzare le strutture spagnole, sia militari che religiose, nelle aree più orientali. Alla fine vennero stabilite ben otto missioni ma, ricordiamo che le notizie su questa spedizione sono purtroppo limitate. Nei giorni 17-18-19 giugno, il Terán de los Ríos ebbe modo di contattare parecchi capi nativi presso il Guadalupe River, erano tutti stanziati nelle aree centro-occidentali del Texas e fra questi vi era anche il Sabeata, leader dei Cibolo e dei Jumano, senza dimenticare il Don Nicolás – anche chiamato “Tomás” -, a capo dei Catqueza. Entrambi i capi cercarono di convincere il Terán de los Ríos, e anche il Massanet, a restare con i loro gruppi e a non entrare nel Texas orientale. Mentre il Sabeata si dimostrò “particolarmente sottile nel suo invito” e non disse nulla di dannoso per i Tejas, il Nicolás (Tomás) fu ben più esplicito al riguardo dei problemi esistenti tra i Tejas e gli spagnoli, e le sue affermazioni erano veritiere, come il Terán de los Ríos avrebbe poi verificato. La sottigliezza del Sabeata era comprensibile data la lunga amicizia esistente tra i Jumano e i Tejas e, comunque, l’incontro di questi gruppi con il Terán de los Ríos non fu sicuramente fortuito. E allora non possiamo escludere che questo fu probabilmente, da parte dei Jumano, l’ultimo tentativo per essere amici degli spagnoli nel Texas.


Cacciatori

Gli eventi del 1693 lo avrebbero reso molto chiaro. Nel 1692 il Vargas, governatore del Nuovo Messico, riportava la scoperta di tredici saline a ovest del Guadalupe Peak, presso l’attuale confine Nuovo Messico-Texas. Il Rapporto riportava l’assoluta necessità di scorte di sale, soprattutto dopo la distruzione della salina che avevano usato in precedenza sulla riva nord del Río Grande; la salina era scomparsa a causa di un cambiamento del corso del fiume. Inoltre, riportava che erano stati fatti vari tentativi per localizzare le “saline degli Apaches”. Gli spagnoli erano euforici perché avevano localizzato le fonti d’acqua, le fonti di cibo e i nascondigli degli Apaches; senza dimenticare la scoperta di una rotta decisamente più breve e facile per raggiungere il fiume Pecos, da usare ogni volta che andavano in campagna. Nello stesso periodo, il 14 agosto, il Diego Ramón lanciava due campagne militari contro i bellicosi Tobosos, al suo fianco vi erano parecchi guerrieri Gueiquesale, nemici storici di questi ribelli; poi, il mese dopo, il Vargas entrava in Santa Fé senza trovare alcuna resistenza da parte degli indiani del territorio. L’anno 1693 fu caratterizzato dalle esplorazioni delle terre poste più a nord. Il 6 maggio 1693, il Diego Ramón informava il viceré della scoperta di due saline, una a est di Monclova e un’altra sulla riva settentrionale del Río Grande. Nelle aree vennero intercettati circa 400 nativi appartenenti alle tribù Chantiaco e Pachialla, vale a dire gruppi anche conosciuti come “Chntuac, Pachiliado e Ochapaqualiro”. La nuova spedizione del Salinas Varona nel Texas orientale (maggio 1693) fu particolarmente importante per far rinascere le missioni dell’area, proprio dove si ebbero i più seri problemi con gli indiani. Comunque, alcuni dei gruppi incontrati non appaiono neppure sulle varie documentazioni storiche, fra queste vi erano però gli indiani Cacaxtle. Dopo aver attraversato il Río Grande, il Varona apprese dai Pacuase (Pacuache) che i Jumano e i Toboso stavano preparandosi ad attaccarli.


La Mendoza Map

In effetti, il comandante avrebbe trovato un gruppo piuttosto numeroso, e ben armato, di Jumano tra i fiumi San Antonio e Guadalupe, forse nelle vicinanze del Coleto Creek, questi non attaccarono, ma non si dimostrarono amichevoli. Continuando, in giugno-luglio, il generale Retana radunava circa 400 famiglie di indiani Chisos a La Junta de los Ríos, dopo che più di 300 nativi erano stati uccisi in diverse operazioni militari. Le campagne punitive contro i ribelli “Chichitame, Satapoyogligla e Osatayogligla” vennero portate avanti anche grazie all’appoggio incondizionato di altri due gruppi Chisos, i Batayogligla e gli Zuniyogligla. Sottomessi duramente dopo alcuni scontri e poi rimossi, i loro pochi resti vennero deportati nel pueblo di “San Francisco de los Conchos”. Nel luglio dello stesso anno, il sergente Juan Bautista Escorza riportava interessanti notizie sugli indiani dell’area e annotava la devastante presenza di malattie endemiche che mettevano in seria difficoltà le popolazioni e che, “vanno a colpire i capi di parecchi gruppi”. La situazione migliorava sensibilmente nel Nuovo Messico tanto che, nel 1696, la riconquista della provincia poteva dirsi completa. Dopo l’entrata nelle missioni di parecchi nativi di etnia Alazapa, Acafe, Quejamo, Ocane, Canoa, Patalo, Chantague, Pacoo, Paiagua, Chantafe e Patacal gli spagnoli dovettero intervenire nuovamente contro i Tobosos (novembre 1698) affiancati da parecchi guerrieri Ervipiame. Il Ramón e le sue truppe si spinsero in una terra sconosciuta (“tierra adentro”) con i missionari che richiedevano altri lavoratori nativi da mettere nei loro “pueblos”. Indiscutibilmente, negli anni 1698-1699 il Diego Ramón – governatore del Coahuila -, si mise in luce con un voluminoso Rapporto riguardante le operazioni francescane all’interno delle missioni del Coahuila. Un altro “feroce” Rapporto accusava i missionari e il commissario francescano, padre Portoles, di “ogni genere di misfatti, dalla cattiva condotta sessuale all’abuso di potere, all’uso improprio delle risorse, alla violenza e agli insulti”. Questi reagirono dichiarando apertamente che il vero motivo delle lamentele del governatore era l’interesse economico personale. Dopo l’apertura di una ennesima missione per gli indiani “Chaguane, Pachale, Mescale e Xarame”, in dicembre il capitano Diego Ramón venne autorizzato ad entrare nella “tierra adentro” per recuperare altri gruppi nativi da stabilire nelle missioni ed infine, il primo marzo 1700, sempre affiancato da missionari, avrebbe fondato una nuova missione per vari gruppi stanziati a nord del Río Grande e annotati come “Xarame, Papanac, Paiaguan e Siguan”. Resta accertato che le ultime due decadi del XVII secolo misero in risalto le emergenze francesi nell’area, specialmente dopo il massacro dei coloni della Matagorda Bay. Tale situazione avrebbe favorito l’avanzata spagnola a est, ma le continue conversioni religiose sarebbero abortite nel 1693 con la veloce ritirata dei francescani. Dopo la grande debacle a est, gli spagnoli si gettarono nelle aree del Río Grande dove stabilirono un Presidio e tre missioni, e dopo aver cacciato i francescani dallo Xalisco (Jalisco), fu la volta di quelli del Coahuila orientale e del Texas, costringendo i confratelli di Queretero a radunare i nativi per mantenerli nelle missioni del Río Grande.

Nel frattempo, per i nativi, le principali spedizioni che entrarono nel Texas dopo il 1689, mostrarono la vulnerabilità dei loro territori di fronte all’espansione spagnola ma non è comunque facile documentare il cambiamento degli atteggiamenti dei nativi perché il processo di colonizzazione era appena iniziato. Tuttavia, i Jumano accolsero amichevolmente il Terán de los Ríos nel 1691, senza dimenticare padre Massanet però, ai tempi del Salina Varona (1693), gli stessi indiani, ed anche altri, venivano accusati di organizzare ruberie e spedizioni contro gli insediamenti coloniali. I Caddo, certamente stabilirono “una relazione causa-effetto tra la presenza degli spagnoli e le malattie che li stavano uccidendo”. Circa un secolo e mezzo prima, le genti costiere avrebbero conosciuto il Cabeza de Vaca, e le epidemie avrebbero poi devastato i loro villaggi. Invece, nel 1690, padre Casanas riferiva di aver alleviato i timori degli indiani Caddo sostenendo che padre Fontcuberta, e anche un soldato, erano però morti anch’essi. Un altro importante fattore che poteva aver influenzato le recenti attitudini dei nativi, sicuramente di breve durata ma comunque molto consistente, furono i successi militari contro gli Apaches. Molto probabilmente le popolazioni del Texas, appoggiate dai francesi, stavano cercando di fronteggiare l’avanzata a sud degli Apaches. Però, nel 1683, sia i Jumano che i Tejas, con altri gruppi, richiesero l’aiuto spagnolo per fronteggiarli e, inoltre, visto lo scarso interesse delle autorità, sia i Jumano che i Catqueza insistettero chiedendo la presenza militare nelle loro aree. Fu allora che gli spagnoli annotarono il problema rappresentato dai bisonti, infatti si resero conto che i conflitti intertribali scoppiavano anche per i territori di caccia a questi ambiti animali. Un corollario a vari commenti è che, prima della fine del 1600s e dell’inizio del 1700s, poteva essere più facile viaggiare verso nord per cacciare i bufali quando le mandrie non si spingevano più a sud, sull’Edward Plateau e a sud; in effetti, la presenza di gruppi settentrionali come Apache, Pawnee, Ute e Comanche, tra molti altri, potrebbe aver limitato tali opzioni. Non possiamo dimenticare che la spedizione del Terán de los Ríos (1691-1692) ricordava ampiamente grandi mandrie di bisonti tra il Río Grande e le terre a est del Colorado River; senza dimenticare che mandrie di 3-4 o più migliaia di bisonti vennero annotati dalla spedizione dell’Alonso de León. La grande differenza tra le due spedizioni fu soprattutto dovuta al fatto che il De León varcò il Río Grande nei primi giorni di aprile, mentre il Terán de los Ríos lo avrebbe attraversato nei primi di giugno.


Due vedute del corso del fiume Colorado nel Texas

Nel caso dell’Alonso de León era troppo presto perché le mandrie si fossero dirette a sud dell’Edward Plateau. La spedizione del Salinas Varona (1693) è sostanzialmente muta su questo punto perché attraversò il Río Grande verso la metà di maggio e lo riattraversò nel suo viaggio di ritorno verso la metà di luglio. Dopo il 1685 i francesi, in particolare il Joutel, annotarono che erano rimasti senza bufali per parecchio tempo, ma osservarono di aver visto mandrie di cinque o seimila animali negli ultimi giorni del novembre 1685. Tra il dicembre 1685 e il maggio 1686, il Joutel e i suoi compagni riferirono di aver visto meno bufali, ma attribuirono questo fatto alla manipolazione da parte dei nativi dei movimenti della mandria. Tra il maggio e l’agosto 1686, i riferimenti alla caccia ai bufali sono scarsi. Sembra che gli animali fossero nella zona, ma non erano proprio abbondanti. Ma sentiamo la Wade, “Le questioni cruciali potrebbero essere, o che i bufali erano più diffusi tutto l’anno nelle regioni orientali e centro-orientali del Texas rispetto alle regioni occidentali e centro-occidentali, o che, se le mandrie fossero arrivate fino alla fine delle pianure meridionali, ci sarebbero stati molti bufali, ma se non lo avessero fatto, non ce ne sarebbe stato nessuno. Questo potrebbe essere stato ciò che preoccupava i nativi”. Nel luglio 1693, il Bautista Escorza di stanza al Presidio di El Pasaje, avrebbe messo in luce parecchie notizie importanti riguardanti i cambiamenti avvenuti nell’area. Affermava che i “familiari nemici”, i Tobosos, costituivano “un piccolo numero di ribelli” ma, vennero “rinforzati da altri gruppi ribelli” provenienti dal Coahuila e dalle aree del Río Grande. Questi gruppi del Coahuila settentrionale – in genere vaganti tra Santa Rosa e il Río Grande -, mantenevano atteggiamenti pacifici nella Provincia ma, erano impegnati a razziare nelle terre poste a ovest o a sud. Tali pratiche vennero notate anche dall’Alonso de León nel 1688. L’Escorza ricordava che questi indiani razziavano per poter sopravvivere, non avevano bisonti a disposizione ed erano obbligati a razziare bovini, pecore e cavalli negli insediamenti coloniali. Per l’Escorza l’impoverimento delle mandrie di bufali nel basso Río Grande era sicuramente dovuto ai nativi; questi affermava che, “in passato gli indiani locali erano così numerosi che non avevano bisogno di chiedere l’aiuto di altri indiani dell’interno ma, al contrario, gli indiani locali impedivano a quelli di altre aree di entrare nel loro territorio”. Tuttavia, nel 1693, “quando sono stati consumati dal tempo e dalla guerra fino a quando non ne sono rimasti che pochi, non solo non impediscono agli indiani stranieri di entrare, ma piuttosto li sollecitano e li invitano, subordinandosi a loro”. Questa situazione rappresentava chiaramente un grosso problema, la mancanza di bisonti nel territorio e le malattie epidemiche, affiancate dalla guerra, mutavano la situazione quasi giornalmente. Ormai era chiaro, richiedevano pace in una Provincia, e si spingevano in un’altra a scopo di razzia.


Uno scritto del Diego de Vargas

Questo tipo di guerriglia mise in seria difficoltà le autorità spagnole, le quali dovettero radicalmente cambiare la loro tattica di guerra. Nel febbraio 1693, il “maestro de campo” Joseph Francisco de Marín venne incaricato di ripristinare la situazione militare nella Nueva Vizcaya e nelle aree più a nord, in prossimità della frontiera, e dai suoi Rapporti risultava chiaramente questo tipo di situazione. Il Marín suggeriva che ai nativi non fosse consentito di selezionare i siti in cui volevano vivere perché sceglievano luoghi lontani dai Presidios e da lì, in pace, potevano commettere le loro ostilità. Inoltre, lo stesso forniva elenchi di vari gruppi nativi vaganti tra il Durango e il Texas. Questi elenchi sono molto importanti per dare un senso ad altri elenchi di nomi di gruppi nativi dello stesso periodo. La scoperta di vari depositi salini nel Nuovo Messico sudorientale, nel Coahuila e nel Texas negli anni 1690-1670, avrebbero forzato vari gruppi nativi ad abbandonare le loro terre, “contribuendo al movimento di altre popolazioni”. Ormai il sale era diventato troppo importante a livello economico. Per razionalizzare il tutto, diciamo che, nelle ultime decadi del XVII secolo, la presenza francese a nord del Río Grande avrebbe obbligato gli spagnoli ad esplorare maggiormente il Texas. Durante tutto questo periodo, non dimentichiamolo, le informazioni in mano alle autorità spagnole erano tutte provenienti dai nativi, specialmente dai Cibolo, dai Jumano ed anche dai Tejas. Con l’espansione degli insediamenti nel Messico più settentrionale, sia i nativi che gli spagnoli fecero degli sforzi per riunire i gruppi in insediamenti o insediamenti-missione.


Un dipinto del Feather Radha raffigurante un indio di etnia Chisos

Quando i movimenti di ricollocazione furono avviati dai gruppi nativi, furono dettati da condizioni che mettevano a repentaglio la sopravvivenza dei nativi, come la perdita di popolazione, le malattie, la guerra e gli spostamenti. L’aggregazione con gruppi aventi legami di parentela, o tradizioni simili, potrebbe essere stata la migliore di una serie di opinioni indesiderabili, ma “con ogni probabilità fu un’opinione esercitata in tempi precedenti alla colonizzazione europea”. Quando il movimento dei nativi negli insediamenti fu avviato dagli spagnoli, fu guidato dalla necessità di esplorare determinate aree e risorse e di facilitare il controllo e la gestione delle popolazioni autoctone. Questa è, dopotutto, “la tattica coloniale per eccellenza di spingere i problemi di confine verso l’esterno”. La regione oltre il Río Grande doveva comunque essere affrontata nei decenni a venire.

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