La verità sulla conquista del west e il destino degli indiani

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La narrazione tradizionale della conquista dell’America del Nord, costruita fin dalle origini per glorificare la colonizzazione europea e poi l’espansione statunitense verso occidente, si è fondata su due immagini contrapposte, entrambe mistificanti: da un lato il «selvaggio assetato di sangue», feroce, infido, minaccioso; dall’altro il «nobile selvaggio», idealizzato e romantico, puro di cuore, ma condannato dalla storia. Due figure mitiche che hanno deformato a lungo lo sguardo sull’universo culturale e umano delle popolazioni indigene, riducendolo a simbolo, e negandogli la complessità e la dignità che merita.
Chi sosteneva il primo stereotipo giustificava ogni sopruso in nome della “civilizzazione”, affermando che i nativi si opposero alla modernità con la violenza, e che quindi meritavano la sorte subita. Dall’altra parte, autori e artisti sedotti dalla figura del pellerossa lo trasformarono in un archetipo morale, quasi irreale, incapace di colpa. Ma la verità storica sta nel mezzo. I nativi americani erano esseri umani, con virtù e debolezze, dotati di culture sofisticate, sistemi sociali consolidati e tradizioni spirituali profondamente radicate. Non erano né demoni né santi: erano popoli, ciascuno con la propria identità, la propria organizzazione, i propri valori. E questi popoli furono travolti, nel giro di pochi secoli, da una marea coloniale spinta da avidità, ideologia e violenza.
Contrariamente a una certa retorica contemporanea, lo sterminio fisico dei nativi non fu mai dichiarato ufficialmente dai governi. Eppure, in molti casi, fu tollerato, favorito, incoraggiato. I massacri di donne e bambini da parte di volontari e milizie, come accadde a Sand Creek nel 1864 o a Wounded Knee nel 1890, avvennero quasi sempre nella più totale impunità.


Il massacro di Sand Creek

Quando un bianco veniva ucciso, si scatenava la vendetta collettiva. Quando le vittime erano indiane, la notizia faticava persino a essere riportata dai giornali. Un capo nativo sintetizzò amaramente questa doppia morale: “Se i bianchi attaccano una diligenza, si mandano lo sceriffo e due poliziotti. Se lo fanno gli indiani, si manda l’esercito a radere al suolo un villaggio”.
Fu Benjamin Franklin, già nel 1764, a denunciare l’assurdità del concetto di colpa collettiva. Ma la storia seguì un altro corso. I coloni, convinti di portare progresso e civiltà, trattarono i nativi prima come bestie, poi come ostacoli e infine come anacronismi da rieducare o da sopportare a margine della società. Per secoli, ogni tentativo di comprensione dell’universo spirituale e sociale indigeno venne schiacciato da pregiudizi religiosi, interessi economici e nazionalismo culturale.
Va detto con franchezza: anche alcune tribù native si macchiarono di crimini orribili. Ubriachi di “acqua di fuoco” e spinti alla disperazione, gruppi di guerrieri attaccarono colonie isolate, incendiarono case, uccisero famiglie, rapirono bambini. In certi casi inflissero torture indicibili, secondo tradizioni di guerra antichissime. Ma si trattò, nella maggior parte dei casi, di risposte disperate alla violenza e alla spoliazione subite. E, come accade in ogni guerra asimmetrica, la brutalità si alimentò a spirale, vendetta dopo vendetta.
A differenza di quanto si crede, la maggior parte dei decessi fra gli indiani non fu causata direttamente dai combattimenti contro i bianchi. Le malattie portate dall’Europa (vaiolo, influenza, morbillo), l’alcolismo, la fame, l’abbandono forzato delle terre fertili e delle risorse vitali fecero molti più morti.


Scontri tra bianchi e nativi

Gli scontri tra tribù, peraltro spesso fomentati dai coloni, continuarono a mietere vittime in modo sistematico. Si stima che, dalla colonizzazione all’Ottocento inoltrato, siano morti almeno centomila nativi e cinquantamila bianchi, anche se il numero reale – comprendendo vittime indirette, feriti, deportati, bambini sradicati – è sicuramente molto più alto.
L’aspetto più devastante della conquista, però, fu il genocidio culturale. Le scuole residenziali, le missioni religiose, le leggi sulla “civilizzazione” si proposero di cancellare l’identità indigena pezzo dopo pezzo. Ai bambini venivano tagliati i capelli, cambiati i nomi, proibita la lingua madre. Le religioni tribali furono ridicolizzate e vietate. Le famiglie venivano divise, le riserve controllate in modo paternalistico, le danze tradizionali messe al bando. Tutto ciò che poteva ricordare un passato autonomo veniva sistematicamente distrutto.
La Chiesa – in particolare quella cattolica durante la colonizzazione spagnola e quella protestante in epoca statunitense – non seppe quasi mai opporsi a queste pratiche. Alcuni missionari, spinti dal desiderio di migliorare le condizioni degli indiani, divennero spesso agenti del governo, firmatari di trattati iniqui, intermediari della “disindianizzazione”. Solo pochi religiosi si opposero a questa deriva, e furono ignorati o screditati.


Un missionario tra gli indiani

Eppure, i popoli nativi non erano affatto arretrati. La loro organizzazione sociale, in molti casi, era più democratica di quella europea. Alcuni capi venivano eletti per merito. Le decisioni erano spesso prese in assemblee comunitarie. Il rispetto per la natura e l’equilibrio ecologico erano parte integrante della visione del mondo. Eppure, i bianchi – che spesso venivano da società segnate da classismo, miseria e autoritarismo – li definirono “primitivi”. Non perché lo fossero, ma perché ciò giustificava l’annientamento.
Le parole del capo seneca Red Jacket, rivolte a una delegazione cristiana nel 1792, restano tra le più lucide mai pronunciate: “Se c’è un’unica vera religione, perché i bianchi si dividono in tante sette? Forse il Grande Spirito ha dato ai popoli diversi religioni diverse. Se la vostra predicazione renderà i bianchi più giusti verso di noi, allora vi ascolteremo”.
Nel corso dell’Ottocento, mentre gli Stati Uniti completavano la loro corsa verso l’Oceano Pacifico, il sistema delle riserve e la cancellazione delle identità tribali divennero la norma. In Canada, dove inizialmente i rapporti furono meno violenti, si seguirono poi politiche simili. Se non sterminati, gli indigeni vennero ignorati, isolati, lasciati marcire ai margini di una società che non voleva riconoscere il valore della diversità.
Pochi uomini seppero comprendere la portata del disastro umano in corso. Tra questi, artisti come George Catlin, scrittori come Helen Hunt Jackson, politici come Sam Houston. E personaggi come Buffalo Bill, che pur nella contraddizione della sua epoca, comprese che l’unico modo per convivere con i nativi era “essere onesti con loro e mantenere le promesse”.


Indiani canadesi e commercianti

Colpisce, in questo contesto, la testimonianza dolente di Dan George, capo dei Capilano della Columbia Britannica, che scrisse negli anni Settanta del Novecento: “Sono nato in un mondo di arco e frecce, e mi ritrovo nell’era atomica. Il mio popolo è alla deriva, schiacciato da una cultura che lo deride, incerto su chi sia. Non vogliamo le vostre elemosine. Vogliamo rispetto, giustizia, dignità. Ma non possiamo elevarci secondo le vostre condizioni”.
Oggi, se vogliamo comprendere davvero cosa è stata la conquista del West, dobbiamo liberarla dal mito e affrontare la realtà. È stata una guerra di lunga durata, combattuta da popoli disperati contro un nemico più forte e meglio armato. Una guerra di annientamento, anche quando non dichiarata. Una guerra fra due visioni della vita inconciliabili: da una parte quella dell’accumulazione, del possesso, del dominio; dall’altra quella della misura, della comunità, del rispetto per la terra. In questo scontro, i nativi hanno perso quasi tutto. Ma non la dignità. E non la memoria.

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