Asino o mulo? Differenze e ruolo nel vecchio West
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Chi ha familiarità con le cronache dell’Ovest americano, dai diari dei pionieri alle memorie dei cercatori d’oro, dai racconti dei cowboys alle relazioni militari, avrà notato la presenza ricorrente di due animali spesso confusi, ma profondamente diversi: l’asino e il mulo. La loro comparsa non è affatto marginale, perché entrambi hanno avuto un ruolo determinante nel sostegno materiale dell’espansione verso occidente, fornendo forza lavoro nei territori dove le macchine non erano ancora arrivate e dove spesso anche i cavalli non bastavano.
L’asino, chiamato burro nelle regioni del Sud-Ovest — secondo l’uso spagnolo adottato dai messicani e successivamente diffuso tra i parlanti anglosassoni — è un animale antichissimo, discendente diretto dell’asino selvatico africano. Rispetto al cavallo è più piccolo, più sobrio e soprattutto più resistente alla fatica in condizioni climatiche difficili. Non ha bisogno di foraggi ricchi, riesce a sopravvivere con poco e sopporta senza difficoltà il caldo, la sete e la monotonia del deserto.

Il burro
In cambio di queste virtù, però, chiede libertà di movimento e tempo: non corre, ma cammina con passo sicuro, ed è celebre per la sua ostinazione che, in realtà, altro non è che intelligenza pratica. Se un sentiero è pericoloso, l’asino si ferma, e se non vuole proseguire, spesso ha buone ragioni. Per queste sue caratteristiche, fu ampiamente impiegato nei territori desertici della frontiera, là dove i carri non passavano e dove anche il cavallo si sarebbe rifiutato di marciare. La sua statura contenuta lo rendeva adatto ai sentieri di montagna, e durante la corsa all’oro — dal Colorado alla California, passando per l’Arizona — fu uno dei migliori amici del minatore solitario. Il burro portava i sacchi, gli attrezzi, i viveri, e spesso divideva la sorte del suo padrone, dormendo accanto al fuoco o aspettandolo pazientemente all’ingresso della miniera.
Ben diverso è il caso del mulo, un animale ibrido, frutto dell’incrocio tra un asino maschio — detto jack — e una cavalla. La sua nascita non è naturale, ma programmata, e ogni esemplare deve essere generato ex novo, perché nella stragrande maggioranza dei casi i muli sono sterili.

Il mulo
Ciò nonostante, il loro valore è tale da giustificare il lavoro di allevamento e selezione. Il mulo eredita la taglia e la potenza del cavallo, ma anche la resistenza, l’intelligenza e il senso del limite dell’asino. Questo lo rende un animale eccezionale per il trasporto a lunga distanza: non solo regge grandi carichi, ma lo fa con maggiore sicurezza rispetto a un cavallo, e con minore rischio di infortuni. I muli sono meno impulsivi, più attenti e decisamente più prudenti. In ambienti pericolosi — burroni, gole, sentieri franosi — dimostrano spesso di saper decidere meglio dell’uomo. Questo “istinto di autoconservazione”, come lo chiamavano gli ufficiali dell’esercito, li rese insostituibili nelle carovane militari del XIX secolo. L’esercito degli Stati Uniti, durante l’intero processo di conquista del West, fece ampio affidamento sui muli per le salmerie, il trasporto di artiglieria, l’approvvigionamento dei forti e il rifornimento delle truppe nelle campagne contro le tribù native. Anche i trasportatori privati e le compagnie commerciali li utilizzavano regolarmente, così come i pionieri più esperti che affrontavano lunghi tragitti con carichi pesanti. In molti casi, i muli sostituirono i cavalli nei team di traino, proprio per la loro superiore affidabilità e resistenza.
Nel paesaggio storico e simbolico dell’Ovest, asini e muli finirono per incarnare due figure complementari. Da un lato il burro, solitario, paziente, silenzioso, quasi sempre legato alla figura del minatore, del vagabondo, del cercatore d’oro, dello hermit che viveva da solo tra le rocce e i canyon, con una tenda e pochi strumenti. Dall’altro il mulo, sociale, addestrato, parte di una squadra o di una carovana, inserito in una logica collettiva, sia essa militare, agricola o commerciale. Entrambi, però, sono animali da fatica, simboli viventi di un’epoca in cui nulla si muoveva senza sforzo fisico e in cui ogni chilometro di terreno conquistato all’ignoto era frutto della tenacia, della pazienza e della resistenza.

Un carro tirato da 40 muli nella Death Valley
La loro presenza ha lasciato tracce visibili. In molte zone del Sud-Ovest, come nel Mojave o nella Death Valley, vivono ancora branchi selvatici di asini, discendenti diretti dei burros lasciati liberi dai minatori una volta terminato il tempo della corsa all’oro. I muli, invece, vengono ancora oggi impiegati nei sentieri della Sierra Nevada, nel Grand Canyon e in altre zone montane dove le macchine non possono arrivare e dove la fatica del trasporto si affida ancora alla forza di un animale antico, figlio di due mondi.
Nel racconto del West, tanto mitizzato quanto concreto, asini e muli non sono comparse: sono protagonisti. Hanno portato carichi, ma anche sogni, hanno attraversato deserti e alture, guadando fiumi e affrontando burrasche. Hanno servito l’uomo con intelligenza e dignità, e ancora oggi meritano un posto d’onore nella memoria della frontiera.
