Vita, fede e tradizioni degli Ojibwe
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Molto tempo fa il Primo Popolo, gli anishinaabe, aveva vissuto sulle rive della grande distesa di acqua salata ad est, cacciando, pescano e godendo della benevolenza di Gitchie Manitou che aveva sollevato la Megis, una gigantesca conchiglia marina, al di sopra dell’acqua, e i raggi del sole le scintillavano sulla superficie fornendo luce, salute e saggezza agli anishinaabe. Un giorno, però, la conchiglia sprofondò sotto l’acqua salata e sul Primo Popolo calò l’oscurità, la malattia, la morte.
Si seppe che la Megis si era mostrata molto più a ovest, in un grande fiume in un posto noto come Mo-ne-aung, Montreal, e lì il Primo Popolo accorse a vivere. La Megis si inabissò altre tre volte e ricomparve ogni volta sempre più ad ovest, dapprima sulla riva del lago Huron, poi a Bow-e-ting, Sault St. Marie, dove le acque si riversano nel Lago Superiore, e infine a Mo-ning-wuna-kaun-ing, La Pointe Island.
Sorprendentemente, la storia orale e i documenti archeologici di questo popolo forniscono l’effettiva prova che esso si spostò lentamente in piccoli gruppi, seguendo i Grandi Laghi verso ovest.
Conosciuti come ojibwe, chippewa o saulteaux, gli anishinaabe derivano il loro nome da anishinaabe-mo-win. “Anishinaabe” potrebbe essere tradotto come “lo Spirito che viene abbassato dall’alto”, “mo” significa “espressione attraverso la parola” e la desinenza “win” significa “l’energia vitale all’interno di ciò che viene utilizzato per parlare”. I termini “ojibwe” e “chippewa” si traducono come “arricciato” e secondo alcuni fanno riferimento al modo in cui realizzano i loro mocassini con cuciture arricciate, secondo altri, che li traducono con “rosolare”, rimandano al trattamento che questi nativi usavano ai loro nemici. Il termine “saulteaux” invece deriva dal fatto che, quando i francesi arrivarono nella zona dei Grandi Laghi all’inizio del 1600, li trovarono nell’aria di Sault Ste. Marie e dintorni. Tra di loro si chiamano “anishinaabeg” che traducono come “Popolo vero” o “Popolo originale”. Noi proseguiremo nel chiamarli “ojibwe”, il loro appellativo più conosciuto, per evitare confusione.
Gli ojibwe oggi contano circa 320.000 persone e sono una delle più grandi popolazioni tribali tra i nativi americani negli Stati Uniti. Vivono nel Michigan, nel Wisconsin, nel Minnesota e nel Nord Dakota, ma mantengono anche una presenza significativa in Canada, principalmente in Quebec, Ontario, Manitoba e Saskatchewan. Appartengono a questo popolo gli attori Care Gee e Adam Beach, ojibwe era anche l’attivista Dennis J. Banks, che col lakota Russel Means, fondò l’American Indian Movement.
Anticamente vissero coltivando mais e zucca e, cacciando e raccogliendo manoomin, il riso selvatico. Lavoravano il rame e producevano sciroppo d’acero. La pesca era una delle loro attività principali. Si muovevano nel letto di fiumi e laghi su canoe di corteccia di betulla, con reti e lance, solitamente di notte. I cacciatori ojibwe, in particolare, furono stimatissimi tra i bianchi nell’età della caccia alle pellicce. Essi sapevano seguire le tracce di un animale anche su per le rocce delle montagne, conoscevano le trappole per cervi, puma, alci, orsi, sapevano pagaiare e percorrere grandi distanze, attraversare laghi e fiumi e poi farsi carico della loro canoa sulle spalle e valicare vasti boschi fino al nuovo corso d’acqua. Un cacciatore ojibwe era estremamente silenzioso, era capacissimo di passare inosservato ad uomini e animali all’interno di una foresta, ricorrendo alla tecnica di camminare sul bordo esterno dei piedi.
Fondamentali per gli ojibwe erano i legami familiari. I vincoli di sangue erano particolarmente sentiti, non solo all’interno dell’unica famiglia, ma anche tra cugini e soprattutto tra nipoti e zii, con gli zii materni, che si prendono cura dei ragazzi come genitori, insegnanti e consiglieri. L’appartenenza all’odoodeman, il clan, passava e passano attraverso il lignaggio maschile.
Le tradizionali abitazioni ojibwe sono i wigiwam, cupole che si levano dal terreno fatte di pali di arpino o legno ferro, rami e stuoie di canne, con il tetto di cortecce di betulla (materiale molto apprezzato per la sua durabilità e resistenza all’acqua e che infatti abbiamo prima citato per quanto riguarda la costruzione di canoe). In essi, un’apertura, che consente l’uscita del fumo o della canna di una stufa, si schiude su un ambiente che può essere anche molto ampio. Spesso il wigiwam è pure coperto di pelli che permettono un maggiore contenimento del calore interno. Ci si può imbattere in mide che preferiscono ancora i wigiwam, alle moderne case o roulotte.
I mide erano e sono la figure chiave delle comunità ojibwe. Sono gli uomini di medicina, riuniti nella Società Midewiwin, esperti in farmaci naturali, psicologia, spiritualità, ma anche storia, geometria e matematica. Sono noti per le loro visioni, mistiche, illuminanti e profetiche. Ancora oggi la Società Midewiwin custodisce rotoli di corteccia di betulla che conservano l’antica sapienza del Primo Popolo.

Un gruppo familiare
Per i loro riti, il mide si serviva e si serve di uno spazio sacro circolare, costituito da rami di salice, pietre e tele o coperte. Accende il fuoco sacro, sparge tabacco ai quattro punti cardinali e poi prosegue. Nei rituali non mancano danze cerimoniale, pipe e tamburi. Tra le danze spiccava la “danza dei sonagli”, un rito propiziatorio degli ojibwe nel quale le donne si esibivano indossando lunghi vestiti adornati con centinaia di sonagli che erano cuciti in modo da dare vita a una serie di linee.
Il rito più importante nella vita di un ojibwe è quello che segna il passaggio dall’adolescenza alla maturità e vede l’uomo abbandonare la famiglia e recarsi da solo nei boschi, digiunando in attesa di una visione. Ad una visione è legato anche il nome che i bambini ricevano al battesimo.
La teologia ojibwe è incentrata su un ampio pantheon di spiriti che fanno però capo ad un’unica forza creatrice, Kitchimanidoo, il Grande Mistero, che è concepito come amore, come dono. Tutto il creato è per gli ojibwe un dono e la loro stessa cultura percepisce la generosità e il donarsi agli altri come il più alto dei valori. A livello personale, uno degli spiriti più importanti era lo spirito guardiano di un individuo, che veniva acquisito tramite un sogno o una visione, e poteva essere invocato per protezione e guida. Ad uno spirito ojibwe dobbiamo i famosissimi acchiappasogni. Si racconta che Asibaikaashi, la Donna Ragno, si prendeva cura dei neonati ojibwe, ma quando la tribù crebbe divenne difficile per lei seguire tutti e, così, le donne ojibwe iniziarono a creare ragnatele magiche per i loro bambini per proteggerli. Queste reti catturavano i brutti sogni e li rilasciavano durante il giorno, mentre le piume sul fondo permettevano di far passare e trasmettere i bei sogni ai bambini.
Temibili sono gli spiriti maligni, i majimanidoo, che possono indurre una persona a compiere tremendi misfatti.

Il Windigo
Non mancano mostruosità del folklore come il Windigo, uno spirito che si nutre d’odio e non è mai sazio, uno spirito che assume sembianze orribili e feroci ed ha un cuore di ghiaccio, uno spirito che può essere ucciso solo da chi sappia diventare un windigo come lui, ma quando il mostro è ucciso, bisogna far attenzione a non restare un windigo per sempre, nutrendosi di qualcosa di caldo che possa sciogliere il ghiaccio dentro di sé. Infine, è importante per un ojibwe morire bene, cioè imboccare il Sentiero delle Anime, un posto mistico che conduce il morto ad ovest fino ad un luogo meraviglioso.
