Processo a Custer
A cura di
Custer e i capi Kiowa nel 1868
Mi sono sempre riproposto e non ho ancora scartato del tutto l’idea di realizzare un’opera monumentale su George Armstrong Custer, il protagonista forse più discusso della storia del West americano. Data l’importanza del personaggio, presente in molti degli eventi di rilievo delle campagne contro gli Indiani, ne ho parlato diffusamente anche in “Le schiave della Frontiera” (2003) “Le guerre indiane nella Grandi Pianure” (2010) e “Frontiere del West” (2013).
Non potendomi accontentare dei libri – che sono comunque 4: “Hoka Hey!” (1978) “Tremila cavalieri indiani” (1995) “Il giorno di Custer” e “Monahseetah e il generale Custer” – e degli articoli da me pubblicati in materia, aggiungo per il momento un ulteriore commento, senza voler innescare alcuna polemica con i denigratori del famoso generale, perché la storia va scoperta ed analizzata con il necessario distacco, accettandone anche gli aspetti che ci piacciono di meno.
Personalmente non ho mai creduto ad un sacco di cose che sono state scritte o scribacchiate sul personaggio: folle, spregiudicato, razzista, nemico degli Indiani, a tratti criminale, capace di sacrificare la vita degli altri per i propri ambiziosi progetti. Quando una persona subisce troppe accuse, mi sorge spontaneo il sospetto che molte di esse siano inventate e che troppo spesso il nostro conformismo ci porti a conclusioni facili e scontate.
I processi alle streghe nel Medioevo insegnano, o meglio, avrebbero dovuto insegnare, quanto basta ad usare una maggiore prudenza di valutazione, ma probabilmente l’uomo è l’unica specie del regno animale che non impara mai nulla dai propri errori.
Di conformismo hanno peccato, in larga misura, quasi tutti gli storici e biografi di Custer, identificandolo con il persecutore dei Pellirosse per eccellenza, il simbolo stesso dell’annientamento morale e materiale di una razza. Tutto ciò può anche apparire, in una certa ottica, abbastanza normale, in quanto la storia tende sempre a trovare un capro espiatorio, spesso di comodo.
Tale dinamica è la stessa che presiedeva ai famigerati processi per stregoneria, come credo di avere sufficientemente illustrato nel mio romanzo “Le streghe di Dunfield”, ambientato nel Massachussets puritano del 1692-94, nonchè nei due libri ad esso collegati, “I peccati di Dunfield” e “I segreti di Dunfield”, che aiutano a chiarire molti lati oscuri della prima opera.
Che cosa non funziona in questo genere di giudizi?
Sicuramente, influenze politiche a parte, il modo in cui vengono condotte le indagini, quasi sempre guidate da convinzioni aprioristiche e finalizzate a colpevolizzare l’imputato, specialmente quando la stampa e i politici lo abbiano reso inviso all’opinione pubblica. Sono impostati in modo esclusivamente accusatorio: partono cioè dall’assioma della colpevolezza e vengono istruiti con la precisa finalità di dimostrare la fondatezza dei sospetti sollevati. Per ottenere ciò, si ignorano o vengono passate in secondo piano tutte le prove che dimostrerebbero il contrario, evidenziando ed enfatizzando soltanto ciò che può supportare e confermare la premessa, cioè che l’imputato è colpevole.
Processi farsa, come quello condotto in Francia contro Alfred Dreyfuss nel 1898, condannato al carcere duro della Cayenna per diversi anni prima della sua completa riabilitazione; come i tantissimi procedimenti costruiti su fantasiose accuse di stregoneria contro centinaia di migliaia di infelici innocenti, fra i quali è opportuno annoverare nel XVII secolo anche le 19 vittime di Salem Village, riconosciute tutte innocenti molto tempo dopo la loro esecuzione capitale; come le condanne di Giovanna d’Arco e Urban Grandier, pretestuosamente sostenute da accuse motivate da ragioni di carattere politico. L’elenco potrebbe continuare molto a lungo.
Quello di Custer rientra invece fra i casi di dissacrazione e demolizione di un personaggio dopo la morte ed è basato essenzialmente sulla sua decisione – ritenuta sconsiderata – di attaccare la poderosa coalizione di Sioux e Cheyenne al Little Big Horn, nel Montana, il 25 giugno 1876. Invece, durante la Guerra Civile Americana e fino al 1867, l’ufficiale era stato considerato dall’intera nazione come un eroe, artefice insieme ai generali Grant, Sherman e Sheridan, della vittoria contro la Confederazione separatista e schiavista di Jefferson Davis.
Perché, improvvisamente questo cambiamento di giudizio?
Avendo studiato le biografie e la storia di vari personaggi storici, mi sono formato un’opinione personale anche su questo caso.
Innanzitutto è necessaria una premessa, basata su una constatazione reale: la gente comune, che riesce a sopportare privazioni e disagi di ogni genere rimanendo fedele ai propri miti, di solito non perdona chi la delude amaramente. E Custer, con la disfatta del Little Big Horn, deluse tutti, soprattutto i suoi più accesi estimatori. Deluse i politici del Partito Democratico che speravano di portarlo da trionfatore alla Casa Bianca, i giornalisti e gli scrittori che ne osannavano le gesta contro gli Indiani, gli abitanti della Frontiera che avevano visto in lui un baluardo contro le incursioni degli spietati selvaggi delle praterie.
La delusione generò le critiche, che in breve tempo annientarono sia l’eroe che l’ufficiale, facendo letteralmente a pezzi anche l’uomo. Fra i suoi pochi difensori, rimase la moglie Elizabeth Bacon, che si battè accanitamente a sostegno della memoria del marito per ben 57 anni, cioè fino alla propria morte avvenuta nel 1933.
Certamente fu una fortuna per questo generale morire in battaglia, perché la sua fama, la carriera e la sua stessa esistenza ne sarebbero uscite in frantumi se fosse sopravvissuto. Ma la storia, con i suoi giudizi postumi, consente di riesaminare avvenimenti e personaggi con maggiore serenità di quanto abbiano fatto i cronisti e i critici dell’epoca. Non per niente, è stato riconosciuto innocente a posteriori Tom Horn, impiccato per omicidio nel 1903 e riabilitato nel 1993 e permangono tuttora forti dubbi circa la colpevolezza di Tom Dooley, appeso barbaramente per il collo nel 1868 con l’accusa di avere assassinato la propria amante. Entrambi furono vittime di processi condotti emotivamente, senza il supporto di prove inconfutabili, accantonando dubbi e interrogativi che avrebbero potuto condurre a sentenze ben diverse. Gli antichi Romani sostenevano saggiamente “In dubio pro reo” (nell’incertezza, assolvi l’accusato) ma tale massima viene spesso trascurata anche nella nostra società moderna, spesso perché l’inevitabile condizionamento dei media spinge verso una determinata conclusione colpevolista.
Perciò, alla luce dei precedenti elencati, possiamo tentare di condurre un processo immaginario con la massima obiettività possibile, con la consapevolezza che soltanto il Cielo conosca a fondo la verità su questo tanto discusso personaggio e sugli eventi che ne causarono la fine.
ACCUSA: Nella battaglia del Little Big Horn, il rapporto di forze fra la coalizione dei Sioux e Cheyenne e le truppe del Settimo Cavalleria era manifestamente a favore dei primi, forse addirittura di cinque o sei a uno. Qualsiasi ufficiale di buon senso avrebbe evitato di attaccare, tranne che un incosciente come Custer.
DIFESA: Il 25 giugno 1876 Custer giunse sul Little Big Horn con 647 uomini, incluse le guide indiane crow e arikara ed alcuni civili. Gli Indiani, sostengono autorevoli esponenti della nazione sioux come Ohiyesa, diventato poi il dottor Charles Eastman, non disponevano che di 1.000 o 1.500 combattenti. Toro Seduto confermò alla stampa, durante il suo esilio canadese, che a quella battaglia non parteciparono più di 2.000 guerrieri. Dunque, prendendo per veritiera quest’ultima dichiarazione, il rapporto di forze era di circa 3 a 1. Teniamo presente che nel 1867 il capitano James Powell era riuscito a respingere, con 32 uomini, i reiterati assalti di 500 Sioux vicino a Fort Philip Kearny, costringendoli infine a rinunciare e che nel 1868 il tenente colonnello George A. Forsyth aveva resistito 8 giorni sul fiume Arikaree, con 51 uomini, ai numerosi attacchi di 600 Cheyenne e Sioux, tanto per fare due esempi storici.
ACCUSA: Ciò non toglie che la decisione di Custer di attaccare fosse quantomeno incauta. I suoi esploratori gli avevano segnalato un villaggio immenso, esteso per diversi chilometri. Inoltre, il generale Crook, che disponeva di 1.300 uomini, era stato battuto al Rosebud una settimana prima dagli stessi Indiani, il cui numero era rimasto pressoché invariato.
DIFESA: Custer sapeva benissimo fin dalla sua partenza, dopo l’ultima riunione con Terry e Gibbon, che si sarebbe dovuto confrontare sul campo con 1.500 guerrieri. Lo affermò esplicitamente, perché risulta dai documenti storici, smentendo entrambi gli ufficiali, convinti che i Pellirosse non fossero più di 800 o 1.000. L’estensione del villaggio significa ben poco, perché Custer, che aveva passato 10 anni nelle pianure, conosceva la mentalità e le abitudini dei suoi avversari: sapeva che, se fossero stati assaliti da più parti, avrebbero opposto resistenza soltanto per cercare di mettere in salvo i loro famigliari e questo si sarebbe tradotto in un notevole svantaggio per loro, non potendo organizzare convenientemente il contrattacco. La medesima tesi è sostenuta dal capo sioux Re Corvo in una testimonianza.
Se però intendiamo sostenere che Custer fosse un pazzo, potrei essere d’accordo, a patto di considerare tale anche Giuseppe Garibaldi. L’eroe nizzardo condusse 1.089 volontari, imbarcati su due navi che tenevano il mare per scommessa, alla conquista di un regno difeso da un esercito di oltre 100.000 soldati e con una marina militare che – come venne accertato dopo l’unificazione d’Italia – era più consistente sia di quella sabauda che della marina pontificia, contando 118 navi da guerra. Garibaldi assalì Palermo, una città di 160.000 abitanti, con soli 900 Garibaldini e gli aiuti che ottenne in seguito – i cosidetti “picciotti” – mentre marciava attraverso la Sicilia, consistettero in poche migliaia di volontari. Allora, indipendentemente dai risultati, perché Custer dovrebbe essere considerato un pazzo e Garibaldi un eroe? La verità è che il metro di giudizio viene sempre condizionato dall’esito dell’operazione. Se Garibaldi fosse stato massacrato dai Borbonici, la storia lo avrebbe ritenuto soltanto un folle idealista, sminuendo anche le sue capacità di stratega.
ACCUSA: Comunque Custer aveva l’ordine di attendere l’arrivo delle truppe guidate dal colonnello John Gibbon, non di attaccare il nemico. Con altri 600 uomini, la manovra di accerchiamento sarebbe stata coronata sicuramente da successo.
DIFESA: Questo è un luogo comune che gli storici si sono letteralmente rubati di bocca, pur di aggravare le accuse contro Custer. Innanzitutto il comandante del Settimo Cavalleria non aveva ricevuto ordini precisi dal generale Alfred Terry. E’ vero che avrebbe dovuto esplorare il corso superiore del Tullock Creek e individuare la posizione degli Indiani, ma nessuno gli aveva detto come comportarsi nel caso li avesse trovati realmente. Le sue guide ed alcuni soldati del reggimento, dopo avere scorto separatamente alcune bande di Sioux ed una di Cheyenne, gli espressero il convincimento, tutt’altro che errato, che la manovra del Settimo fosse stata scoperta. Che cosa doveva fare un comandante in quella circostanza?
ACCUSA: Aspettare. Mandare ricognitori alla ricerca di Gibbon e Terry, astenendosi da qualsiasi azione.
DIFESA: Questa tesi è facile da sostenere oggi, a tavolino, ma non in una zona di operazioni come quella in cui si trovò il Settimo Cavalleria. Custer giunse sul Little Big Horn nella notte fra il 24 e il 25 giugno. Gibbon non sarebbe arrivato fino a mezzogiorno del 27 giugno. Nel frattempo che cosa avrebbero fatto gli Indiani? Avevano soltanto due opzioni: attaccare il Settimo, esponendosi a chissà quali perdite, o svignarsela, nonostante la loro superiorità numerica evidente. E’ fin troppo lampante, avendo già rischiato contro Crook di vedersi assalire il villaggio, che avrebbero scelto la seconda soluzione, perché da sempre disdegnavano i combattimenti campali, preferendo agguati e imboscate contro avversari numericamente inferiori. Così Custer sarebbe stato accusato dai vertici militari di esserseli lasciati sfuggire sotto il naso! A Washington, sia il Presidente Ulysses Grant, che i suoi ministri e tutto il Partito Repubblicano non aspettavano altro per silurarlo definitivamente e dare una stoccata ai rivali Democratici a cinque mesi dalle elezioni presidenziali del 1876. Non dimentichiamo che l’impeachment del ministro della Guerra, William Belknap, era accaduto pochi mesi prima, intaccando tutta l’amministrazione Grant. Nella vicenda anche il democratico Custer aveva avuto un ruolo non trascurabile, rincarando la dose contro Belknap, e accusando velatamente anche Orvil Grant, fratello del presidente degli Stati Uniti, per il quale aveva lasciato intendere che fosse implicato nella vicenda.
ACCUSA: Rimane il fatto che gli ordini del generale Alfred Terry erano perentori: Custer non avrebbe dovuto attaccare senza il supporto del colonnello Gibbon e del suo contingente.
DIFESA: Invece non lo erano per niente, basta andarseli a rileggere. Terry ordinava a Custer di condurre un’ampia ricognizione, attestandosi poi su una posizione nei pressi del Little Big Horn per attendere la colonna di Gibbon. Terry premette tuttavia, nelle disposizioni consegnate a Custer, che quest’ultimo dovrà agire in conformità ad esse “a meno che lei stesso non ravvisi sufficienti ragioni per comportarsi diversamente.” Si trattava dunque di indicazioni generiche sulla condotta da seguire, suscettibile di variazioni nel caso la situazione lo richiedesse. D’altronde Terry, conoscendo l’esperienza di Custer, non poteva che formulare in questo modo le proprie disposizioni, perché tutto il suo piano mirava a “precludere la possibilità di fuga agli Indiani verso sud o sud-ovest”, come è riportato negli ordini emanati.
ACCUSA: Stando così le cose, anche ammettendo che Custer avesse questa discrezionalità, avrebbe comunque dovuto limitarsi a sorvegliare le mosse degli Indiani, senza attaccarli.
DIFESA: Qualcuno riesce a figurarsi che il generale di brigata effettivo Alfred Terry potesse imporre ad un suo subalterno: “Se trovi gli Indiani, attendi comunque l’arrivo dell’altro contingente, ma non attaccarli”? Sarebbe stato passibile di corte marziale, perché ai suoi tempi si veniva deferiti anche per molto meno
Se Custer si fosse limitato ad aspettare Gibbon, lasciando scappare gli Indiani, allora sì avrebbe trasgredito gli ordini del suo superiore, che lo esortavano “ad impedire la fuga del nemico”. Da ciò sarebbe scaturita per Custer una sola gravissima conseguenza: il deferimento alla corte marziale per incapacità e cattiva condotta davanti al nemico. Non dimentichiamo che il generale Crook lo aveva fatto all’indomani della battaglia del fiume Powder, deferendo al tribunale militare il colonnello Joseph J. Reynolds, per essersi lasciato sfuggire gli Indiani dopo l’attacco al loro campo sul fiume Powder nel mese di marzo. Lo stesso Crook aveva poi deferito altri 2 suoi ufficiali – il capitano Alexander Moore e il tenente Henry E. Noyes – in seguito al ripiegamento di Rosebud per “condotta negligente”. Reynolds, condannato ad un anno, ebbe la carriera stroncata, Moore scontò sei mesi di sospensione agli arresti e il tenente Noyes se la cavò con il rimprovero dei superiori.
ACCUSA: Non è detto che nel caso di Custer sarebbe andata allo stesso modo…
DIFESA: Anzi, sarebbe finita molto peggio! A Washington nessuno prendeva in seria considerazione le bande pellirosse, formate da “qualche centinaio di nomadi, per giunta mai tutti uniti” come aveva scritto l’ispettore Watkins in un suo rapporto del 1875. I conflitti contro gli Indiani non furono mai considerati alla stregua di una guerra, ma soltanto un’operazione di polizia finalizzata alla pacificazione della Frontiera. La prova lampante è l’esiguo numero di soldati impiegati dal Dipartimento della Guerra nella campagna del 1876: tutte e tre le colonne insieme, quella di Terry-Custer, di Gibbon e di Crook, ammontavano a 2.300 effettivi, per operare su una superficie di centinaia di migliaia di chilometri quadrati fra il Dakota, il Wyoming e il Montana. Forse gli Americani sarebbero inorriditi nel sapere che il Regno d’Italia aveva messo in campo, nel 1860-68, 118.000 uomini per sgominare tre o quattromila briganti in Campania, Basilicata e Abruzzo, in un’area infinitamente più ristretta di quella in cui dovevano muoversi le truppe degli Stati Uniti!
ACCUSA: Una campagna militare condotta con organici inadeguati non giustifica comunque certi colpi di testa come quello di Custer.
DIFESA: E’ inutile girare intorno al problema: nessuno – cominciando dal presidente Grant e dal suo gabinetto – avrebbe perdonato a Custer di essersi lasciato sfuggire una marmaglia di selvaggi, pur disponendo del miglior reggimento di cavalleria dell’Unione, considerata l’esperienza dei suoi ufficiali, del suo stesso comandante, delle guide civili e indiane e il formidabile armamento di cui disponevano. I cavalleggeri di Custer erano tutti armati di fucili Springfield Mod. 1873 e di pistole Colt 45 a 6 colpi e ognuno disponeva di 100 colpi al momento dell’inizio della battaglia. Inoltre, il reparto del capitano Mc Dougall possedeva una scorta di 25.000 colpi. Chi avrebbe spiegato al Congresso e alla stampa che i 650 uomini di Custer si erano visti scappare gli Indiani sotto il naso? Teniamo conto di due elementi importanti: che in autunno vi sarebbero state le elezioni presidenziali, nelle quali i Repubblicani di Grant erano sfavoriti a causa degli scandali e che Custer aveva già subito una condanna, con la sospensione di un anno dall’esercito, nel 1867. Questa volta, i vertici politico-militari gli avrebbero senz’altro stroncato definitivamente la carriera. Punire Custer in quel momento, sarebbe equivalso ad assestare un durissimo colpo anche al Partito Democratico, al quale egli apparteneva. Circolava infatti la voce, che alla convention di fine giugno i Democratici intendessero presentare ufficialmente la sua candidatura.
ACCUSA: Ciò non toglie che la tattica adottata da Custer, dividendo il reggimento in quattro formazioni, fu semplicemente pazzesca, senza alcuna probabilità di successo…
DIFESA: Niente affatto. La tattica ricalcava molte altre azioni compiute in precedenza proprio contro tribù pellirosse ed era contemplata dai manuali di tattica militare. Lo stesso Custer l’aveva usata al fiume Washita, nel 1868, sconfiggendo i Cheyenne di Pentola Nera. L’insuccesso dell’operazione derivò semmai dalla mancata simultaneità degli assalti condotti da Reno e da Custer e su questo si possono senz’altro attribuire delle colpe al comandante, come pure sul fatto che i suoi uomini fossero molto stanchi, avendo marciato per 125 miglia in pochi giorni. Tuttavia, come si è detto, la situazione non offriva alcuna alternativa. Se i 3 battaglioni di Custer, Reno e Benteen – comprendenti complessivamente oltre 500 uomini fra soldati, esploratori e guide indiane – fossero piombati contemporaneamente sul villaggio nemico, gli Indiani non avrebbero avuto scampo. Invece Custer attaccò quando il battaglione del maggiore Reno si era già ritirato sulle alture e Benteen compì soltanto una ricognizione senza mai incontrare, inspiefabilmente, né Sioux, né Cheyenne. Ma ci sarebbe da aggiungere dell’altro…
ACCUSA: Che cosa, per esempio?
DIFESA: Perché, quando il trombettiere John Martini portò la richiesta di soccorso al capitano Benteen, questi tardò più di mezz’ora per muoversi con il suo contingente? Aveva ai suoi ordini oltre 100 soldati che, fino a quel momento, non avevano sparato neppure un colpo. Inoltre era stato raggiunto dai reparti di Reno, che contavano ancora più di 100 uomini in grado di combattere. La sortita del capitano Thomas Weir, che contestando l’inattività operativa di Benteen (colonnello onorario e quindi suo superiore nonostante la parità di grado effettivo) partì con la sua compagnia per soccorrere Custer dimostra che, se l’intervento dei residui battaglioni fosse stato tempestivo, il reparto di Custer si sarebbe potuto salvare. Se gli Indiani si fossero visti attaccare da altri 100 o 200 cavalleggeri, venendo a trovarsi fra due fuochi, avrebbero certamente battuto in ritirata e Custer e la maggior parte dei suoi uomini sarebbero stati salvi.
ACCUSA: L’accusa non è d’accordo, comunque, su questa ipotesi. Custer era stato molto incauto a voler attaccare, i suoi soldati erano in gran parte inesperti o addirittura digiuni di combattimenti contro gli Indiani. Lo dimostrano le elevate perdite del Settimo Cavalleria – 268 uomini a battaglia ultimata, compreso qualche ferito deceduto nei giorni successivi – contro i 30 o 40 morti subiti da Sioux e Cheyenne.
DIFESA: Ecco un altro falso storico molto evidente, se si analizzano accuratamente le testimonianze indiane, che sono molto contraddittorie e spesso in forte contrasto l’una con l’altra. Un’indagine aggiornata ha ritenuto che le perdite indiane a Little Big Horn non siano state inferiori alle 250-300 unità, documentate da resoconti non sufficientemente tenuti in considerazione all’epoca degli avvenimenti descritti. Con ciò, cade ogni residua congettura volta a screditare l’efficienza operativa del Settimo Cavalleria e del suo comandante. Per quanto riguarda le reclute inesperte, esse non superavano il 13% dell’intera forza.
ACCUSA: Perché allora i Crow che accompagnavano il reggimento sconsigliarono vivamente Custer di attaccare? Uno di essi gli disse esplicitamente di “non dividere i suoi uomini, perché i nemici erano troppi”.
DIFESA: Questa affermazione viene riportata dal capo Molti Trofei, che
dettò le proprie memorie a Frank B. Linderman parecchi anni dopo l’evento e non si sa se le cose fossero andate davvero così. E’ d’altronde accertato che durante quella campagna, sia Custer che il colonnello Gibbon, non tenessero in grande considerazione i loro esploratori crow, né li stimassero più di tanto, sebbene in qualche occasione – come nella battaglia di Rosebud – avessero impedito una sconfitta peggiore ai soldati. Se si leggono attentamente le memorie di Custer – “My Life On the Plains” – vi si scopre perfino dell’ammirazione per gli Indiani liberi e ostili e un velato disprezzo per quelli asserviti ai Bianchi o sottomessi: “Se fossi un Indiano” scrive “penso spesso che preferirei certamente dividere la mia sorte con quella parte del mio popolo che è attaccata alle libere, aperte pianure piuttosto che accettare i limiti ristretti di una riserva, ove divenire il destinatario dei beati vantaggi della civilizzazione con l’aggiunta dei suoi vizi, distribuiti senza limiti e misura.” In conclusione, è evidente che Custer avesse più considerazione dei suoi nemici Sioux e Cheyenne che dei Crow alleati.
Le risultanze del processo che abbiamo simulato, basandoci su dati di fatto, inducono ad ulteriori precisazioni e deduzioni in proposito.
Gli storici hanno ripetutamente sottolineato, tranne pochi, che il generale commise un errore madornale nell’attaccare gli Indiani, gettando allo sbaraglio un pugno di uomini contro un numero soverchiante di avversari, per giunta senza avere studiato una tattica ben precisa. Per suffragare questa tesi, la politica e la stampa di parte esagerarono notevolmente il numero dei Pellirosse presenti al Little Big Horn, parlando di 10.000, 15.000 persone, con una forza in campo di 5.000 o 6.000 guerrieri, mentre sappiamo, d’accordo sia con Toro Seduto che con Ohiyesa, che i combattenti furono molti di meno. Sarebbe bastato consultare i dati demografici e le statistiche dell’epoca per scoprire che l’intera popolazione dei Lakota Sioux non superava le 14.000 persone e quella dei Cheyenne del Nord le 2.000. Risulta anche che gli Indiani “ostili”, cioè fuori dalle riserve, non raggiungessero le 10.000 persone. Quanto ai Sioux, al Rosebud e al Little Big Horn non ne erano presenti più di 6.800, mentre i Cheyenne raggiungevano a stento le 1.000 unità. Dunque, poiché i guerrieri combattenti costituivano circa un quinto della popolazione complessiva, il loro numero non superava nell’insieme i 1.500.
In sostanza le accuse principali mosse a Custer furono: insubordinazione, incauta valutazione delle forze nemiche e ostinato rifiuto dei consigli che gli venivano dalle guide indiane – Crow e Arikara – ingaggiate dal suo reggimento.
La storia, così com’è stata scritta in parecchi libri, assolve il maggiore Marcus Reno, che ripiegò con il suo battaglione dopo il primo assalto, mentre esalta la perizia del capitano Frederick Benteen, per avere mantenuto compatti i superstiti del Settimo Cavalleria dopo il crollo di Custer. Presentata così, la dinamica dell’evento è sembrata la più logica ed attendibile, consentendo di scaricare tutte le responsabilità della sconfitta sul comandante in capo della formazione, che, oltretutto, non si sarebbe potuto difendere dalle accuse.
A me questa interpretazione è sempre parsa quantomeno semplicistica, per non definirla addirittura sospetta. Perciò nel mio libro “Frontiere del West”, pubblicato nel 2013, ho inserito un ampio capitolo intitolato “La questione di Custer”, che illustra, con dovizia di particolari, i punti oscuri della celebre battaglia, spazzando via con decisione i tanti luoghi comuni, ripetuti fino alla nausea, inerenti la vicenda.
Nulla da eccepire sulle motivazioni del repentino ripiegamento di Reno, un ufficiale inesperto e assai poco convinto dell’azione affidatagli, il cui reparto – composto da 170 uomini comprese le guide – si trovò di fronte ad un numero di nemici quattro o cinque volte superiore. Molte perplessità invece permangono sul comportamento del capitano Frederick Benteen, soprattutto quando venne raggiunto dal portaordini Martini che gli recapitò il messaggio scritto dell’aiutante Cooke: “Benteen. Grande villaggio. Venite avanti. Portate le munizioni. P.S: Portate le munizioni”. Il capitano, a quanto dichiarò Martini davanti alla commissione d’inchiesta militare, non si diede subito una mossa, intendendo aspettare le retroguardie del capitano Mc Dougall. Ad un certo punto ordinò ai suoi uomini – 125 in tutto, ai quali si erano già aggiunti i 100 di Reno ancora idonei al combattimento – di avanzare al passo verso il luogo dove Custer si trovava circondato. Perché? Indecisione? Prudenza? Vecchi rancori verso il suo comandante? Quest’ultima ragione è fuori di dubbio, se a distanza di anni, nel 1896, l’ufficiale non avrebbe esitato a svelare il rapporto che Custer aveva avuto con la cheyenne Monahseetah nel 1868-69, indicandola chiaramente come la sua amante. Le altre ragioni non possono, dopo tanto tempo, essere dimostrate.
C’è tuttavia una dichiarazione che suona come un’accusa nei confronti del maggiore Reno, rilasciata dal capo sioux Re Corvo: “Se Reno avesse resistito fino all’arrivo di Custer e se si fosse battuto come lui, avrebbe spazzato via i guerrieri”. In effetti risulta che il maggiore ordinò il ripiegamento dopo avere perso soltanto 5 o 6 soldati dei 170 al suo comando: la maggior parte degli storici concorda sul fatto che l’inesperienza e la paura giocarono un brutto tiro all’ufficiale.
E veniamo alla difesa dei reparti unificati di Reno, Benteen e Mc Dougall, assediati fino alla mattina del 27 giugno da Sioux e Cheyenne sulle alture sovrastanti il fiume.
Visitai personalmente il Little Big Horn Battlefield nell’estate del 2005, scattando diverse fotografie anche delle colline su cui si attestarono queste truppe, che ammontavano a 368 ufficiali, soldati e guide e disponevano di migliaia di colpi di fucile e pistola. La prima cosa che colpisce immediatamente l’osservatore è che, da ambo i lati del rilievo, soprattutto scendendo verso la vallata del corso d’acqua, vi sono dei pendii molto ripidi. La seconda osservazione è che, a parte una vegetazione composta da cespugliati, non vi è neppure un albero dietro cui gli Indiani potessero ripararsi in un eventuale assalto alla collina. Ammesso che ve ne fossero stati all’epoca del combattimento, non doveva trattarsi certamente di una boscaglia compatta, tale da proteggere convenientemente gli Indiani in caso di assalto massiccio. Ne è prova il fatto che questi, a parte una sortita condotta con un ragguardevole numero di guerrieri e respinta dalle truppe, rinunciarono poi a successive azioni di massa, che sarebbero costate loro troppe perdite.
Allora, pur considerando le difficoltà di quegli uomini, dei feriti bisognosi d’acqua, del morale assai basso della maggior parte dei soldati, fu un’impresa tanto ardua resistere ad un numero di Indiani appena tre volte superiore?
La verità è che qualsiasi ufficiale con un minimo di esperienza – forse non il maggiore Reno, che non ne possedeva, ma sicuramente Benteen, Weir ed altri – sarebbe riuscito a resistere per vari giorni trincerato sulle alture del Little Big Horn, per il semplice fatto che gli Indiani non erano tanto folli da tentare scriteriati attacchi in forze contro le loro postazioni, su un terreno scosceso e quasi privo di ripari, esposti al micidiale tiro degli Springfield 73 e di qualche carabina Winchester e Spencer delle guide e dei civili del Settimo che, come abbiamo detto, avevano munizioni a volontà.
Non si dimentichi che al Little Big Horn sia i Sioux che i Cheyenne pagarono un tributo di sangue molto elevato. Scartata l’attendibilità di testimonianze come quelle di Toro Bianco e Due Lune, che riducono a poche decine le perdite indiane, è verosimile che in quella battaglia i Pellirosse abbiano pagato un altissimo tributo di sangue, senza contare i feriti deceduti in seguito, che furono moltissimi. Lo confermano senz’altro le testimonianze fornite da Cavallo Pazzo e da altri capi o guerrieri protagonisti della battaglia. Cavallo Rosso, un Sioux, raccontò che i suoi avevano avuto 136 morti e 160 feriti, dei quali si stima che la metà perirono poco tempo dopo; Cavallo Pazzo ammise che i caduti erano stati più di 100; Il Sioux Aquila Assassina, in un’intervista pubblicata sul “New York Herald” nel settembre 1876, dichiarò che le perdite indiane ammontavano a 67 morti e 600 feriti, dei quali, come confermarono altre testimonianze compresa quella di Cavallo Pazzo, ne morirono circa la metà. Curley, una guida crow che si staccò dal contingente di Custer prima del combattimento, potendolo osservare da un’altura in tutte le sue fasi, raccontò sulle pagine dell’”Helena Herald” del 15 luglio 1876 che “il campo di battaglia era letteralmente cosparso di corpi indiani, caduti nell’attacco in un numero molto superiore a quello dei soldati…le loro perdite furono di oltre 300 guerrieri, più un gran numero di feriti.” Infine, il sergente Daniel Kanipe del Settimo Cavalleria, in una dichiarazione resa allo scrittore Walter Camp sostenne che nelle uniche 3 tende abbandonate dai Pellirosse dopo la ritirata, vi erano accatastati una sessantina di cadaveri. Considerando che solitamente i Pellirosse portavano via dal campo di battaglia la maggior parte dei corpi dei propri morti, si può stimare che le vittime fossero state almeno il triplo o il quadruplo di 60.
E’ opportuna anche una considerazione finale che smentisce diversi testimoni indiani, fra i quali Gambe di Legno e Alce Nero, riguardo all’armamento dei Sioux e dei Cheyenne. Non è vero che gli Indiani disponessero quasi unicamente delle loro armi tradizionali, cioè archi, frecce, lance e tomahawk. Studi approfonditi condotti alla metà degli Anni Ottanta da esperti sul luogo della battaglia, con il ritrovamento di un elevatissimo numero di bossoli, hanno portato a concludere che gli Indiani avessero impiegato un ragguardevole numero di armi da fuoco.
Basandosi su un prospetto che Raffaele D’Aniello ha riportato nel suo documentatissimo libro “Little Big Horn. Il popolo dei Sioux contro Custer” (Roma, 1995) si scopre che i fucili a ripetizione usati dai guerrieri pellirosse nel combattimento furono almeno 119, le carabine a retrocarica a colpo singolo 118, i revolver 44. Quindi, quasi 300 armi da fuoco ed è probabile che tale numero dovesse essere più elevato, perché certamente molti bossoli non furono ritrovati. E’ d’altronde noto che, al termine della battaglia del Rosebud combattuta otto giorni prima, gli Indiani si fossero impossessati di diverse decine di fucili Springfield sottratti ai caduti e ai feriti delle truppe di Crook; altre armi da fuoco erano già possedute dai guerrieri per averle prese in combattimenti precedenti o incursioni contro insediamenti civili e carovane in transito.
L’ennesima dimostrazione che gli Indiani fossero abbastanza bene armati è che, al momento della resa della banda di Cavallo Pazzo – 889 persone, in maggioranza donne e bambini – nel maggio 1877, i Sioux consegnarono all’esercito 117 tra fucili e pistole, come verbalizzato dalle autorità militari a Camp Robinson, Nebraska.
George A. Custer
Dunque, Custer attaccò gli Indiani perché la situazione non gli consentiva alternative, non venne tempestivamente soccorso quando tale intervento era ancora fattibile e si trovò a dover sopportare – stante il repentino ripiegamento di Reno – l’intero peso dell’attacco nemico, che per giunta disponeva di un discreto numero di armi da fuoco. Tutto ciò non toglie nulla al valore e alla combattività dei guerrieri pellirosse, né all’abilità dei loro condottieri, principalmente Cavallo Pazzo, Gall e i cheyenne Due Lune e Uomo Bianco Zoppo, ma, come racconta Re Corvo nel libro di Walther Graham, “The Custer Myth”, se la manovra congiunta di Reno e Custer avesse funzionato con il tempismo richiesto, “gli Indiani sarebbero stati costretti a dividersi per proteggere le donne e i bambini, e i Bianchi se ne sarebbero avvantaggiati.”
Se si vuole ancora discutere della più nota battaglia delle Guerre Indiane dell’Ottocento, è indispensabile farlo senza preconcetti, scartando in partenza l’ipotesi che Custer fosse un folle ambizioso o accecato dall’odio verso la razza rossa.
Le argomentazioni addotte in questo articolo e tutte le precedenti imprese del generale – compresa la grande stima dimostrata a guide come Coltello Insanguinato, la relazione amorosa con la cheyenne Monaseetah e le dichiarazioni da lui fatte a Washington e attraverso le pagine del periodico “Galaxy” contro le speculazioni ordite da politici e commercianti a danno degli Indiani delle riserve – attestano semmai il contrario.
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