La frontiera in fiamme: l’epopea di Pontiac

Alcune tribù erano diventate irrequiete, abbandonarono Pontiac e fecero la pace con gli Inglesi. Ma un colpo peggiore che la diserzione di poche tribù era in serbo per il capo. A fine luglio egli apprese 22 barconi che trasportavano grandi provviste di cibo e munizioni nonché quasi trecento uomini erano in viaggio per Detroit, protetti da una fitta nebbia. La notizia giunse così tardivamente agli Indiani, che fu impossibile per loro opporsi all’avanzare dei natanti, che riuscirono a raggiungere il forte senza quasi incontrare resistenza.
Circa alle due di notte del secondo giorno dopo l’arrivo di questo convoglio, le spie di Pontiac gli riferirono che gli Inglesi si stavano avvicinando al suo accampamento con una grossa armata. Rapidamente e silenziosamente gli Ottawa smontarono il campo e con alcuni Ojibwa si misero in marcia per affrontare gli Inglesi. Raggiungendo il luogo del loro primo accampamento, circa un miglio e mezzo oltre il forte, vicino al ponte che attraversava un piccolo torrente, che dopo quella notte avrebbe preso il nome di Bloody Run, si disposero ad un’imboscata e attesero gli Inglesi. Ebbero a malapena il tempo di nascondersi dietro i loro vecchi ripari, le creste naturali e la boscaglia. Si udivano già i latrati dei cani da guardia delle fattorie lungo la strada del fiume, e il calpestio di molti piedi. Ascoltando il rumore capirono che il nemico era più numeroso di loro; ma la notte era buia, essi conoscevano il terreno e i loro scouts avrebbero portato presto altre tribù in loro aiuto. Ogni guerriero era fuori vista, ogni fucile, carico. Il calpestio di piedi aumentò, finché fu avvistata una scura massa di uomini in marcia. I rapidi passi delle avanguardie risuonarono sul ponte di legno. Gli Indiani le lasciarono passare e quando il corpo principale dell’armata nemica cominciò a passare sul ponte, di fronte, da destra, da sinistra ci fu un’esplosione di sanguinarie grida di guerra, mentre si catenò una fatale raffica di colpi di moschetto. Solo andando indietro si poteva sperare la salvezza. Quelli che non erano caduti alla prima scarica si girarono e fuggirono, seguiti da una pioggia di proiettili. Il panico si sparse lungo tutta la colonna inglese. Ma il capitano Dalzel, valoroso comandante degli Inglesi, si portò davanti e radunò i suoi uomini. Essi si lanciarono in una coraggiosa carica, pensavano, contro il corpo principale del nemico, ma non trovarono nessuno ad opporre resistenza. Gli Indiani erano spariti.


L’attacco di Dalzel

I soldati si misero con temerarietà alla ricerca degli assalitori, ma la notte era scura e il cammino aspro e sconosciuto. Ogni volta che raggiungevano un posto dove il percorso era difficoltoso, gli Indiani all’improvviso rinnovavano l’attacco. I Nativi, i cui occhi erano abituati all’oscurità, videro che il nemico, dopo una sosta, tornava al ponte. Qui metà degli uomini montarono la guardia mentre gli altri raccoglievano i morti e i feriti e li portavano a due barconi armati che li avevano accompagnati lungo il fiume. Vedendo l’intenzione di riguadagnare il forte, gli Indiani tornarono in gran numero per preparare un’altra imboscata in un punto vicino alla strada dove sorgevano diverse case e fienili, e tagliarono gli Inglesi fuori dal forte. Poi di nuovo lasciarono passare senza danni l’avanguardia e sorpresero il centro della colonna nemica con un intenso fuoco di fucileria. I soldati, confusi dalle strane e terribili grida degli Indiani e dai colpi di fucileria, accecati dal fumo e dai lampi delle armi da fuoco, colpiti dalle pallottole, si accalcarono gli uni agli altri come pecore. Il capitano Dalzel, sebbene gravemente ferito, con il comando, le invocazioni e la guida dei suoi uomini a spada sguainata, riuscì infine a ristabilire l’ordine. Ordinò una carica e come al solito gli Indiani si ritirarono prima dell’attacco. Non appena gli Inglesi tentavano di continuare la ritirata, gli Indiani erano di nuovo sopra di loro, sparando da dietro ogni riparo del bosco. Il valoroso Dalzel fu tra quelli abbattuti da questi colpi. Morì cercando di salvare un soldato ferito dal coltello da scalpo di un Indiano. Gli ufficiali rimasti diedero ordine di ritirata e nel grigiore dell’alba quel che restava dell’armata di Dalzel raggiunse il forte. Gli Indiani si ritirarono, soddisfatti della battaglia notturna, per contare gli scalpi e celebrare la vittoria.
Mentre gli Inglesi avevano perso circa sessanta uomini in questo scontro, chiamato “Battaglia di Bloody Ridge (o Bloody Run)”, il numero degli Indiani uccisi o feriti non era maggiore di quindici o venti. Essi considerarono questa una grande vittoria e nuovi guerrieri affluirono in gran numero al campo del capo indiano che sembrava essere una seria minaccia per gli Inglesi.
Le tribù che si presentarono al campo di Pontiac dopo la battaglia di Bloody Ridge erano ansiose di condividere la vittoria su Detroit, cosa che pensavano si sarebbe avverata presto. Tuttora la fortezza inglese, con la sua palizzata di tronchi, era un traguardo fuori della portata del capo e dei suoi guerrieri. Gli Indiani lo tenevano sotto stretta osservazione. Se una testa appariva da una feritoia, un fucile indiano sparava. Se un punto era lasciato sguarnito, gli veniva subito dato fuoco. Frecce incendiarie sibilavano sopra i bastioni nell’oscurità, solo per consumarsi nell’ampio camminamento che c’era tra il muro e le costruzioni. Ancora e ancora centinaia di guerrieri dipinti danzavano nei pressi del forte urlando, come se Detroit, come Gerico, potesse essere presa gridando. Le loro pallottole rimbalzavano sul vecchio forte come una grandine innocua. Gli Indiani cercarono di fare irruzione attraverso la porta principale, ma le scariche di fucileria dal fortino e il cannone inglese eruttante fuoco li spinsero indietro in cerca di riparo.
A settembre avanzato avvenne un incidente che aumentò il timore reverenziale degli Indiani nei confronti degli Inglesi. Un esploratore portò a Pontiac la notizia che una nave da carico con un gran quantitativo di provviste si stava avvicinando al forte. Poiché a bordo c’erano solo 12 uomini, la cattura del natante sembrava cosa facile. Gli Indiani prepararono un attacco notturno. Trecento di loro scivolarono lungo il fiume con le chiare canoe di betulla. La notte era così scura ed essi si avvicinarono così silenziosamente che la sentinella inglese non si accorse del loro arrivo se non quando essi si trovarono sotto la gittata dei cannoni del battello. Un cannone sparò, ma la granata passò sopra le teste degli Indiani e sprofondò dietro di loro nell’acqua nera. Le canoe circondavano il battello e i Nativi, coltello fra i denti, scalarono le fiancate. L’equipaggio sparò una volta, uno o due Indiani ricaddero nel fiume, il resto salì a bordo. Appena furono sulla tolda, gli Inglesi li caricarono all’arma bianca, colpendoli con accette e coltelli. Ma per uno ricacciato in acqua, una dozzina guadagnava il ponte.
Il piccolo equipaggio si difese disperatamente; era circondato da minacciosi tomahawk, il comandante era caduto, più della metà degli effettivi era fuori combattimento. Gli Indiani lanciavano le loro grida di trionfo. Allora risuonò l’ordine di Jacobs, il secondo ufficiale: «Fate esplodere la nave!». Un Indiano comprese l’ordine e diede l’allarme ai suoi compagni. Come un sol uomo rinfoderarono asce e coltelli e si gettarono nel fiume. Essi raggiunsero in gran fretta la riva, lasciando che sei marinai inglesi insanguinati raggiungessero trionfalmente Detroit con il loro barcone.


Il combattimento sul ponte del barcone

Con l’avanzare dell’autunno gli Indiani si stancarono del lungo assedio. La prospettiva di un inverno senza cibo, la strenua resistenza degli Inglesi, e la notizia che un grosso gruppo di uomini armati stava arrivando per dare manforte a Detroit, li scoraggiarono. Una tribù dopo l’altra mandarono delegazioni al maggiore Gladwin per trattare la pace. Blandivano gli Inglesi, dicendo che li avevano sempre amati, ma Pontiac li aveva costretti ad andare in guerra. Adesso erano dispiaciuti di avergli obbedito e desideravano fortemente di essere in pace con i loro fratelli inglesi. Gladwin capì il loro inganno, ma aveva necessità di rifornimenti per l’inverno, per cui concesse prontamente una tregua. Le varie tribù smontarono gli accampamenti e si separarono per la lunga caccia invernale. Pontiac e i suoi Ottawa erano ancora in possesso del loro territorio senza aver sofferto. L’orgoglioso capo pensava che certamente i suoi fratelli Francesi gli avrebbero mandato aiuti quanto prima. Un giorno, quasi alla fine di ottobre, arrivò un messaggero dei Francesi. Portava una lettera di M. Neyon, comandante di Fort Chartres, nel territorio dell’Illinois. Pontiac gli aveva scritto per chiedere aiuti. La risposta era che ormai i Francesi in America erano soggetti al re inglese, e così non potevano combattere contro quel popolo. Nell’udire ciò, non si dipinse con i colori di guerra per condurre i suoi guerrieri contro gli indifesi Francesi, che così a lungo gli avevano raccontato delle menzogne. Sedette a lungo, pensando. Il giorno dopo inviò al maggiore Gladwin una lettera in cui affermava di essere ormai pronto a seppellire l’ascia, pregando gli Inglesi di dimenticare il passato. Il maggiore Gladwin pensava che i Francesi fossero molto più colpevoli degli Indiani per quella guerra, ed era favorevole a stipulare la pace. Così mandò a Pontiac una risposta positiva. Pochi giorni dopo, scuro in volto, il capo voltò le spalle a Detroit e cominciò la marcia verso il fiume Maumee, seguito dai suoi fedeli guerrieri.

Gli scontri lungo la frontiera

La strategia di Pontiac era stata di conquistare con l’astuzia tutti i forti situati sulla frontiera e quindi distruggere gli insediamenti inglesi rimasti senza difesa. Mentre c’erano molte fattorie francesi che sorgevano fuori delle mura di Detroit, molto poche erano inglesi. E, in verità, nel 1763 non c’erano molti coloni inglesi ad est dei monti Alleghany. La maggior parte dei forti che erano stati sottratti ai Francesi, eccetto quelli sul fiume Mississippi, ospitavano guarnigioni inglesi. Entro il raggio di protezione di questi forti vivevano alcuni coloni inglesi e trappers, più alcuni audaci coloni. In realtà le valli di Mohawk, nello stato di New York, e di Susquehanna, in Pennsylvania, costituivano il limite occidentale del territorio occupato dagli Inglesi. Il wampum di guerra di Pontiac aveva eccitato gli Indiani lungo tutto il confine. Nell’estate del 1763, mentre il capo, al comando di guerrieri Ottawa e Ojibwa, assediava Detroit, Delaware e Shawnee devastavano la frontiera della Pennsylvania. Boscaioli, trappers o viaggiatori, che si avventuravano nelle zone selvagge, venivano abbattuti senza alcun preavviso. Uomini, donne e bambini venivano uccisi miseramente. Le fattorie isolate venivano attaccate, i loro abitanti scalpati, le capanne incendiate. Chiese e scuole si aggiungevano alle altre costruzioni spazzate via nel selvaggio territorio compreso fra i Grandi Laghi e l’Ohio. Uno dopo l’altro i forti venivano catturati dagli Indiani. Il panico si impadronì dei coloni.
Progetti per l’attacco a Fort Pitt
Le donne abbandonavano il bestiame sui pascoli, gli uomini l’aratro nel solco, e fuggivano. Alcuni si affollavano verso il forte più vicino in cerca di salvezza, altri avevano paura di fermarsi finché non avessero raggiunto Lancaster o perfino Philadelphia. I terribili massacri compiuti dagli Indiani resero i coloni talmente furibondi, da dimenticare la loro civiltà e adottare metodi inumani come facevano gli Indiani. Nativi pacifici e amichevoli erano massacrati da bande di criminali, organizzati più per vendetta che per protezione. Anche uomini di responsabilità dimenticarono la loro usuale umanità. Il comandante in capo dell’esercito, Sir Jeffrey Amherst e il colonnello Henry Bouquet pianificarono la trasmissione del vaiolo tra gli Indiani inviando loro coperte infette. Parlavano anche di combattere gli Indiani con i cani da caccia anziché con i soldati. Il governatore della Pennsylvania emise un proclama offrendo una ricompensa per la cattura degli Indiani e per i loro scalpi.
Fort Pitt, uno dei più importanti avamposti di frontiera, resisteva contro i reiterati attacchi di Delaware, Shawnee e Wyandot. Quando il comandante in capo dell’esercito apprese delle difficoltà del forte, mandò di rinforzo una consistente armata al comando del colonnello Bouquet. In agosto, mentre stava attraversando i monti Alleghany, l’armata di Bouquet venne assalita da un’orda di Indiani che aspettava nella località di Bushy Run nell’attesa di vederli passare. Ne seguì una battaglia rovente. Gli Inglesi erano coraggiosi, ma cadevano in gran numero sotto il fuoco degli Indiani, che si ritiravano davanti ad ogni carica, solo per ritornare come vespe infuriate nel momento in cui gli Inglesi pensavano di averli respinti. La notte portò una pausa nella sparatoria incessante, ma la battaglia non era finita. Gli Inglesi furono costretti a restare al riparo senz’acqua fino al mattino, quando l’assalto degli Indiani fu rinnovato con tale impeto che per un certo tempo le forze di Bouquet sembravano non avere più via scampo. L’insolito ardore degli Indiani suggerì al colonnello uno stratagemma: egli finse una ritirata. Ciò incoraggiò gli Indiani a riversarsi sopra gli Inglesi con grida di guerra e di scalpo. Le forze di Bouquet si divisero e gli Indiani penetrarono nel varco. Ad un ordine del comandante le truppe si richiusero su di loro, caricando alla baionetta. Molti Indiani, così sorpresi, furono uccisi, gli altri fuggirono. Dopo questo episodio gli Inglesi raggiunsero Fort Pitt senza altre serie interruzioni. Nella battaglia di Bushy Run le perdite da ambo le parti erano state ingenti per una guerra indiana. Gli Inglesi avevano perso otto ufficiali e più di cento soldati; gli Indiani, parecchi capi e circa sessanta guerrieri. Anche se le perdite inglesi furono più numerose di quelle dei Nativi, il dato all’epoca fu facilmente truccato. Resta però il fatto che le truppe britanniche riuscirono nell’obiettivo di raggiungere Fort Pitt, e quindi la spedizione fu considerata come una splendida vittoria dei Bianchi. Mentre la stagione fredda avanzava, gli Indiani furono costretti a sospendere la guerra per addentrarsi nelle foreste a piccoli gruppi a cacciare. Nell’inverno che seguì la ribellione, gli Indiani non avevano avuto aiuti da nessun uomo bianco, e le grandi difficoltà che avevano incontrato molto contribuirono a cambiare il loro stato d’animo verso un atteggiamento pacifico.


Battaglia di Bushy Run – dipinto di Randy Steele

Sir William Jonhson, unico agente e sovrintendente del re per gli Affari Indiani, capiva gli uomini rossi meglio dei suoi compatrioti. Egli viveva tra loro, in una grande tenuta nella Mohawk Valley, parlava la loro lingua e spesso vestiva un abito indiano ricavato da una pelle di daino. Secondo la sua opinione, combattere gli Indiani era dispendioso e poco saggio. Diceva che gli Inglesi erano molto da biasimare per le guerre indiane a causa delle ingiustizie perpetrate e della politica adottata nei confronti dei Nativi. Egli raccomandava di seguire l’esempio dei Francesi, solleticando la buona volontà degli Indiani con blandizie e regali. Pensava che adottando questa politica gli Indiani sarebbero diventati così dipendenti dall’uomo bianco da poter essere facilmente sottomessi.
All’inizio della primavera del 1764 egli mandò messaggi alle varie tribù, avvertendole che due grandi armate di soldati inglesi erano pronte ad addentrarsi nelle foreste occidentali per punire i nemici dell’Inghilterra, ed invitando tutti coloro che erano desiderosi di fare la pace ad incontrarlo a Niagara. In conseguenza di ciò dopo pochi giorni i campi attorno a Fort Niagara erano punteggiati di accampamenti indiani. Tra di loro vi erano Indiani amici che erano venuti per reclamare la loro ricompensa; nemici che, per la povertà o la paura, erano pronti ad accordare una pace temporanea; e spie, che volevano vedere cosa sarebbe accaduto. Per molti giorni Sir William Johnson sedette nella sala del consiglio del forte stipulando trattati con le varie tribù. Per tutto il giorno il fumo della pipa della pace riempiva il locale, e venivano scambiati trattati e promesse, convalidate da lunghe cinture di wampum. Sarebbe stato necessario molto meno tempo a fare un unico trattato con tutti gli Indiani, ma Sir Johnson cercava di scoraggiare l’idea di una causa comune, che Pontiac così fortemente aveva voluto che sorgesse fra gli Indiani. Ogni tribù venne trattata come se il suo caso fosse del tutto differente da quello di ogni altra tribù.
Alcuni Indiani erano così orgogliosi da non voler nemmeno atteggiarsi da amici. I Delaware e gli Shawnee, al messaggio dell’ agente indiano che li convocava a Niagara, risposero di non avere paura degli Inglesi, ma anzi che li consideravano come vecchie donne. Le armate cui si riferiva Sir William Johnson erano sotto il comando del colonnello Bouquet e del colonnello Bradstreet. Quest’ultimo, passando per il sentiero dei Grandi Laghi, andava a portare soccorso a Detroit, ad offrire la pace agli Indiani del nord e domare quelli che rifiutavano di sottomettersi. Bouquet, con un migliaio di uomini, penetrava nelle foreste più a sud per costringere i fieri Delaware e Shawnee alla sottomissione. Entrambe le missioni ebbero successo. Bradstreet trovò le tribù del nord pronte per venire a patti. Venne criticato per aver richiesto agli Indiani di firmare fogli che non potevano capire e di fare promesse che non potevano mantenere. Egli non vide Pontiac, ma inviò una delegazione a cercarlo per conferire con lui.
Il colonnello Bouquet, d’altro canto, era rigido e di carattere pessimo. In consiglio apostrofò gli Indiani come “capi” e “guerrieri” invece di “fratelli”; rifiutò di smorzare i toni sui loro comportamenti sbagliati o di ascoltare le scuse che essi offrivano per aver fatto la guerra.


Incontro con il colonnello Bouquet – stampa

Li accusò apertamente per gli errori che avevano commesso e chiese gli venissero consegnati tutti i prigionieri bianchi, ed anche Indiani da tenere come ostaggi. Molti dei prigionieri avevano vissuto tanto a lungo fra gli Indiani che avevano dimenticato i loro parenti e amici bianchi: abbandonarono la vita dei villaggi e gli amici indiani piangendo, perché sarebbero rimasti volentieri in prigionia. Ma il colonnello Bouquet non volle fare eccezioni. I suoi severi provvedimenti sottomisero completamente le tribù belligeranti. Nell’autunno 1764 Bouquet ritornò nell’Est per ricevere onori e ricompense per i suoi servizi.

La fine di Pontiac

Mentre altri Indiani promettevano di seppellire l’ascia, Pontiac, l’anima della rivolta, non fece promesse e non fumò la pipa della pace. Circondato da centinaia di guerrieri, il capo si accampò sul fiume Maumee. I suoi messaggeri gli portavano notizie su quello che stava accadendo, e finché gli uomini bianchi avevano tenuto i soldati lontano dal suo territorio egli era felice di aspettare e fare piani. Il capitano Morris, che era stato mandato al campo di Pontiac dal colonnello Broadstreet, fu ricevuto freddamente dal gran capo. Pontiac invero gli accordò udienza, ma gratificò l’ospite di sguardi torvi e rifiutò di stringergli la mano. Non fece discorsi elaborati, ma dichiarò che tutti gli Inglesi erano bugiardi e gli chiese quali nuove bugie fosse venuto a raccontare. Dopo qualche scambio di parole Pontiac mostrò al capitano una lettera che egli pensava fosse stata scritta dal re di Francia. Essa parlava della vecchia storia dell’esercito francese in marcia per distruggere gli Inglesi. Il capitano Morris fece del suo meglio per persuaderlo che il documento era falso. Il capitano era molto impressionato dell’influenza e della perspicacia di Pontiac – un Indiano che comandava diciotto nazioni ed era perfettamente a conoscenza delle leggi che regolano il comportamento degli stati civilizzati. Pontiac non voleva fare ufficiali promesse di pace, ma era così scoraggiato dalle comunicazioni fornitegli dal captano Morris, che ad un componente del seguito dell’ufficiale disse: «Io non condurrò più le nazioni in guerra.
Indiano delle “Woodlands”
Per quel che le riguarda, possono fare la pace con gli Inglesi, se vogliono; per me, io sarò in guerra con loro per sempre. Sarò un vagabondo nei boschi, e se verranno a cercarmi io li combatterò da solo». Fu con molta amarezza nell’animo che Pontiac apprese che i forti che erano stati presi con tanta fatica e perdita di sangue indiano, erano stati ripresi dal nemico; che lo spirito guerriero, che egli con così tanta fatica aveva suscitato, era stato messo a dormire.
Ma le speranze di Pontiac non erano del tutto infrante. C’erano le lettere dei Francesi; gli Inglesi asserivano che fossero false, ma gli Inglesi erano nemici; i Francesi erano amici. I nemici possono ingannarsi l’un l’altro, ma gli amici devono avere reciproca fiducia. La sua speranza nei Francesi era incoraggiata dal fatto che molti dei forti nel paese dell’Illinois erano ancora occupati da guarnigioni francesi. Pontiac si risolse a fare un altro tentativo per la resurrezione del suo popolo. Mise al lavoro le sue squaws per la tessitura di una cintura wampum di guerra, larga e lunga, che contenesse i simboli delle quarantasette tribù che appartenevano alla sua confederazione. Quando la cintura fu finita, la mandò a sud con una delegazione dei suoi capi. Questi messaggeri vennero istruiti affinché mostrassero il wampum di guerra e offrissero l’ascia a tutte tribù lungo il fiume Mississippi fino a New Orleans. Quindi dovevano recarsi in visita dal governatore francese della città ed invitarlo a fornire aiuti nella guerra contro il loro comune nemico. Nel frattempo Pontiac si recò presso i suoi vecchi amici francesi richiedendo il loro aiuto, e presso la tribù Illinois sollecitando trattati di alleanza e promessi di unirsi a lui nella guerra contro gli Inglesi. In questo ebbe qualche successo, ma i suoi sogni vennero rudemente spezzati dal ritorno dei suoi capi, con le notizie che il governatore di New Orleans si era definitivamente piegato agli Inglesi, e dall’arrivo di una compagnia di soldati inglesi da Fort Pitt, che offrivano condizioni di pace agli Illinois. Giorno dopo giorno gli alleati di Pontiac lo abbandonavano e accettavano le condizioni degli Inglesi.
Era adesso venuto il momento per Pontiac di lasciare che il suo odio per gli Inglesi si assopisse. Egli mandò la sua grande pipa della pace a Sir William Johnson e promise di recarsi a Oswego in primavera per concludere con lui un trattato. Fedele a questa promessa, nella primavera del 1766, Pontiac, il più grande fra i capi di guerra degli Ottawa, si presentò nella stanza del consiglio di Sir William Johnson. Non vi era nulla di ossequioso nel suo atteggiamento: si comportò con la dignità di un monarca decaduto. «Quando voi parlate con me» egli disse «è come se voi vi rivolgeste a tutte le nazioni dell’Ovest». Nel fare la pace egli si sottometteva non alla volontà degli Inglesi, ma a quella del Grande Spirito, il cui volere era appunto che vi fosse pace. Aveva reso chiaro che nel permettere agli Inglesi di conquistare i forti dei Francesi, gli Indiani non dovevano concedere a questi alcun diritto sulle loro terre. Quando lui, capo Pontiac, aveva promesso amicizia per il futuro, aveva chiamato i suoi ascoltatori a testimoniare quanto fosse stata sincera la sua amicizia per i Francesi, che poi lo avevano ingannato e costretto a trasferire altrove la sua amicizia. Sarebbe difficile dire quanto sincero fosse Pontiac, o quanto invece fosse stato pronto a legarsi ad una nuova amicizia, vista l’opportunità che gli era stata offerta. Tornò al suo campo sul fiume Maumee, e lì, in mezzo al suo popolo, cercò di vivere la vita dei suoi padri. Per un anno o due si sa poco di lui, ma dovunque scoppiassero dissapori tra gli Indiani c’era fu chi diceva che Pontiac ne fosse il responsabile.
Nell’agosto 1767 fu convocato a Detroit per testimoniare nell’indagine sull’omicidio di Elizabeth “Betty” Fisher, figlia diciassettenne di coloni inglesi. Nel 1763, nel corso dell’assedio di Detroit, un gruppo di guerra Ottawa aveva attaccato la fattoria dei Fisher, uccidendo tutti tranne la ragazza, presa prigioniera. L’anno seguente, mentre Betty era prigioniera nel villaggio di Pontiac, cercava di scaldarsi al fuoco di Pontiac; nel fare questo sporcò i vestiti del capo. Secondo una testimonianza, Pontiac prese la ragazza, la gettò nel fiume Maumee e ordinò ad un alleato, colono francese, di guadare il fiume e annegarla. Così si fece. Più tardi gli Inglesi arrestarono il colono francese, ma questi era già fuggito al momento della testimonianza di Pontiac. Pontiac non confermò né negò il suo ruolo nell’omicidio, e l’indagine alla fine venne fatta decadere.
L’attenzione rivolta a Pontiac dalla Corona inglese lo incoraggiò ad assumere ancora più potere tra gli Indiani della regione che era sua per tradizione. Lo storico Richard White scrive: «Dal 1766 egli agiva in modo arrogante e imperioso, appropriandosi di poteri che nessun capo indiano occidentale possedeva». Nel 1768 fu obbligato a lasciare il villaggio Ottawa sul fiume Maumee e a trasferirsi vicino a Ouiatenon, sul fiume Wabash. Il 10 maggio 1768 dettò una lettera diretta agli ufficiali inglesi in cui spiegava che ormai non era più riconosciuto come capo dalla gente del suo villaggio sul Maumee. Nella primavera del 1769, ansioso di incontrare ancora una volta i suoi amici francesi, si recò in visita a St. Louis. Fu ricevuto cordialmente, e passò parecchi giorni insieme alle sue vecchie conoscenza. Poi attraversò il fiume in compagnia di alcuni capi per visitare un raduno di commercianti e indiani Illinois vicino alla città francese di Cahokia. Dopo aver festeggiato e bevuto con qualcuno degli Illinois, Pontiac andò alla ricerca i quiete nella foresta. Vagò attraverso gli oscuri meandri fra gli alberi, rivivendo ancora le speranze e le ambizioni del passato, che la sua visita a Francesi e Illinois aveva richiamato vividamente. Aveva dimenticato il presente ed era ancora il potente guerriero che aveva fatto tremare di paura i cuori degli uomini bianchi. Sognò per poco, perché dietro di lui stava un assassino con il tomahawk sollevato. L’omicida era un guerriero Peoria il cui nome non viene ricordato. Pare che avesse agito per vendicare suo zio, un Peoria (qualcuno dice Kaskaskia) di nome Makachinga (Cane Nero), che Pontiac stesso aveva accoltellato e ferito seriamente nel 1766.


Una famosa stampa rappresentante la morte di Pontiac

Sulle circostanze della morte di Pontiac si sparsero subito varie voci, tra le quali una che diceva che l’assassino fosse stato ingaggiato da un colono inglese.
La vita di Pontiac fu dedicata a superare l’individualismo tribale degli Indiani, per unirli in un unico popolo. Il vecchio istinto tribale si risvegliò proprio con la sua morte. Gli Illinois si strinsero attorno ai loro consanguinei per preservarlo, mentre gli Ottawa corsero alle armi per vendicare il loro capo, un sachem che non poteva essere dimenticato. La furia degli Ottawa non si placò finché la morte del capo non fu vendicata, con la distruzione quasi totale della potente tribù Illinois.
Non si conosce il luogo della tomba di Pontiac. La tradizione dice che il suo corpo fu portato attraverso il fiume e bruciato a St. Louis, recentemente fondata da coloni francesi provenienti da New Orleans e dal paese dell’Illinois. Questo potrebbe essere stato fatto perché l’area era stata occupata dalle Culture Native per migliaia di anni e conteneva molti mounds, alcuni dei quali adibiti a tombe, costruiti dalla Cultura Mississippian (950-1450 circa).
Nell’anno 1900 le Figlie della Rivoluzione Americana posero una lapide commemorativa nel corridoio del “Southern Hotel” di St. Louis, che si diceva sorgesse nei pressi del luogo di sepoltura di Pontiac.

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