La frontiera in fiamme: l’epopea di Pontiac
Il giorno seguente, apparentemente questa opinione sembrò prendere corpo, quando giunsero Pontiac con tre dei suoi capi. Egli prese una pipa di pace e si avvicinò al comandante con un discorso pacifico: «L’uccello del male ha fischiato nelle tue orecchie, ma tu non ascoltarlo. Noi siamo amici e siamo venuti per provarlo. Vogliamo fumare il calumet con te». Poi Pontiac offrì la sua grande pipa di pace. Dopo che ebbe fumato con grande solennità, la presentò al capitano Campbell come grande segno di amicizia. Il mattino dopo un numero elevato di Nativi si era radunato sul terreno da pascolo che stava nelle vicinanze del forte. Un grande quadrilatero era segnato nell’erba con delle linee che lo attraversavano. A ciascuna estremità di questo campo vennero eretti due alti pali alti cinque o sei piedi. Questo era il campo preparato per il gioco indiano della palla.
Inizio delle ostilità
Quando tutto fu pronto, i giovani uomini della tribù Ottawa presero posto ad un’estremità del campo. Dal lato opposto stavano i Pottawattomi. Ogni giocatore aveva una lunga racchetta o una mazza con cui cercava di spingere la palla in meta superando il contrasto dei giocatori dell’altra tribù. Un alto vociare si levava ogni volta che c’era un colpo alla palla, una corsa, una spinta, un balzo. Non c’era da meravigliarsi se donne, guerrieri e capi fossero accorsi ad assistere ad un gioco così eccitante.
Gli uomini del forte tenevano ancora le porte chiuse e stavano dietro le loro palizzate, come se non avessero nessun interesse per il gioco. Effettivamente stavano guardando con preoccupazione la grande folla di Indiani così vicina a loro. Quando il gioco finì, Pontiac si avvicinò all’ingresso del forte. I suoi capi lo aspettavano e una variopinta folla di guerrieri, squaws e bambini venne radunandosi attorno. Il grande capo gridò a gran voce, richiedendo di entrare. La risposta fu che egli avrebbe potuto entrare, se lo desiderava, ma tutti gli altri sarebbero dovuti rimanere fuori. Con dignità offesa egli domandò se i suoi seguaci non avevano il permesso di gustare il fumo del calumet. Il comandante inglese, stanco di falsi discorsi, rispose brevemente, rifiutando assolutamente di permettere l’ingresso degli Indiani. Allora Pontiac si accigliò e si allontanò a grandi passi verso il fiume con grande indignazione. Gli altri si ritirarono un po’ indietro e ristettero in piccoli gruppi, mormorando e gesticolando. Poi si ritirarono con sordi brontolii per ricongiungersi ai loro compagni che se ne stavano sdraiati a terra attorno al campo di gioco. Dopo aver parlottato fra loro, alcuni si diressero con grida sanguinarie verso una casa nei campi dove viveva una donna inglese con i suoi bambini; altri balzarono nelle loro canoe pagaiando verso un’isola dove viveva da solo un agricoltore inglese. Prima del tramonto gli uomini del forte udirono l’esultante grido dello scalpo degli Indiani, e capirono che il primo sangue della guerra era stato versato.
Nel frattempo Pontiac, cupo di rabbia, si affrettava verso il suo villaggio al di là del fiume. Non c’era nessuno, tranne poche squaw e qualche vecchio. A questi Pontiac ordinò di smontare il campo far sì che tutto fosse pronto per la partenza, non appena tornassero gli uomini con le canoe per trasportare tutti i bagagli dal lato del fiume su cui sorgeva Detroit. Tutti lavorarono per eseguire la volontà del capo, mentre lui si appartava e si anneriva la faccia. Al cadere della notte tornarono i guerrieri con gli scalpi che avevano preso. Venne piantato un palo sul terreno aperto dove prima c’erano le tende. I guerrieri vi si radunarono intorno, con i corpi decorati con i vari colori e ornati di piume d’aquila. Pontiac saltò in mezzo a loro, brandendo la sua ascia e scuotendo violentemente il palo. Nel danzare esaltava le grandi gesta che lui e i suoi padri avevano compiuto in guerra. Le sue grida tremende, le sue parole terribili, scossero il cuore dei suoi guerrieri e scaldarono il loro sangue. Tutti erano in preda alla frenesia e all’eccitazione. Con grida selvagge si unirono al loro capo nella danza di guerra. Anche solo la debole eco del clamore di quella bolgia suscitò il terrore nei cuori degli abitanti di Detroit che ascoltavano. I soldati disposero una guardia molto serrata per tutta la notte, aspettandosi di essere attaccati in ogni momento. Penetranti e vicine, le grida di guerra nascevano da centinaia di gole. Gli uomini giravano attorno al palo al clamore dei canti e dei fucili scoppiettanti. Sembrava davvero che gli Indiani fossero proprio vicini alle mura del forte.
Le sentinelle sui bastioni, comunque, non potevano vedere il nemico nella tenue, grigia luce dell’alba. Da dietro ogni albero, ogni pietra, ogni gobba del terreno, provenivano gli incessanti lampi dei moschetti. Pallottole e frecce incendiarie si abbattevano sulle palizzate. Gli Indiani miravano alle feritoie e riuscirono a ferire cinque Inglesi. I soldati rispondevano con un fuoco limitato, non volendo sprecare polvere contro un nemico invisibile.

L’assedio di Fort Detroit
Dopo un attacco che durò sei ore gli Indiani, esausti per la loro attività notturna, si ritirarono gradualmente verso i loro accampamenti, senza aver patito perdite, ma allo stesso tempo avendone inflitto molto poche. Gladwin, che aveva uno spirito allo stesso tempo virile e umano, desiderava, se possibile, evitare altri spargimenti di sangue. I Canadesi non prendevano parte alla guerra, e potevano quindi essere usati tranquillamente come messaggeri. Appena la battaglia diminuì di intensità il maggiore Gladwin mandò appunto una loro delegazione per comunicare a Pontiac che era sua volontà ascoltare ogni reale lagnanza degli Indiani e fare del suo meglio per raddrizzare ogni torto che essi avessero ricevuto. Pontiac sapeva che la sua carica di capo per combattere le ingiustizie causate dagli Inglesi, la loro presenza e la rivendicazione da parte loro delle sue terre, non sarebbe stata considerata dagli Inglesi una causa plausibile di lamentela. Egli pensava che l’ora di parlamentare era passata; il tempo di passare all’azione era venuto. Il tradimento era stata l’arma più a portata di mano e lui l’aveva usata. Rispose di non poter consentire ad alcun patteggiamento se non condotto con gli Inglesi in persona, e chiese che il capitano Campbell, il secondo nel comando del forte, venisse a consiglio nel suo campo. Il capitano Campbell non aveva paura, e fece urgenza al maggiore Gladwin per avere il permesso di andare. Di conseguenza si affrettò verso il villaggio indiano assieme ad un altro Inglese. Le donne e i guerrieri erano così furiosi alla vista delle loro uniformi rosse, che li avrebbero presi a bastonate se Pontiac non si fosse intromesso e non li avesse accompagnati alla sua tenda.
Dopo un lungo ma infruttuoso colloquio attorno al fuoco del consiglio, gli Inglesi si alzarono per andarsene. Ma Pontiac disse: «Fratelli, voi stanotte dormirete sulle coperte che gli uomini rossi hanno steso per voi». Quindi diede ordine che i prigionieri fossero condotti alla casa di un Canadese, dove sarebbero stati trattati con rispetto, ma guardati strettamente.
I due capi
Quando gli ufficiali di Detroit appresero che i loro inviati erano stati trattenuti dagli Indiani, capirono che non vi erano speranze di pace. Davanti al forte erano ormeggiate due golette armate. La maggior parte degli ufficiali voleva abbandonare il forte e cercare la salvezza salpando con queste imbarcazioni. Impazienti, asserivano che non vi era nessuna possibilità di difendere il vecchio forte contro un nemico otto volte superiore in numero. Iniziò un dialogo serrato con il maggiore Gladwin, che non aveva nessuna intenzione di arrendersi: il forte non avrebbe potuto essere difeso, diceva, se gli Indiani avessero tentato di assalire gli steccati. Ma non c’era nessun pericolo che essi si avventurassero sotto il tiro dei fucili, in qualunque numero fossero stati. Non avrebbero rischiato le loro vite in questo modo. Invece avrebbero semplicemente sprecato polvere con un fuoco continuo come avevano fatto quella mattina, ben presto avrebbero perso morale e si sarebbero calmati, lasciando che Pontiac chiedesse la pace. Un ufficiale replicò che nessuno pensava che il nemico sarebbe venuto alla carica, ma che avrebbe predisposto una attenta guardia giorno e notte nel tentativo di trovare il modo di arrecare danno. I soldati avevano quattro lati da guardare, con solo 120 uomini per farlo. La guarnigione sarebbe stata esausta in breve tempo. Gladwin ammise che avevano un lavoro duro davanti a loro, ma potevano farlo, e che la situazione non era così grave come rappresentato dagli ufficiali. I cannoni delle due imbarcazioni proteggevano due lati, così virtualmente solo due lati del forte rimanevano esposti al nemico. In realtà la caratteristica più allarmante dell’assedio era la scarsità delle razioni. Al che un altro si lamentò subito della scarsità dei rifornimenti, anche perché non c’era speranza di riceverne altri prima di tre settimane. Sarebbero morti di fame, rinchiusi nel forte senza cacciagione e fornitura di vettovaglie da parte dei coloni canadesi. Gladwin lo interruppe asserendo che le razioni potevano essere gestite in modo da prevenire ogni spreco. Egli stesso avrebbe subito fatto incetta di ogni cosa che nel forte poteva servire come cibo, la avrebbe immagazzinata in un magazzino, e dato ad ogni persona la spettanza giornaliera. Anche se questa attenzione verso il cibo non avesse funzionato, si potevano trovare Canadesi in cui l’amore per l’oro era superiore alla paura degli Indiani. In questo modo Gladwin riuscì a tacitare la paura dei suoi sottoposti e a instillare in essi un po’ di spirito di resistenza.
Pontiac aveva abbondanza di guerrieri, nonostante anche lui, come il comandante inglese, avesse le sue paure e le sue difficoltà. I suoi stessi seguaci non erano facili da gestire. Li aveva radunati da luoghi lontani e vicini con la promessa di una facile vittoria sugli Inglesi. Dopo i primi tentativi molti guerrieri avevano perso coraggio ed erano pronti a tornare ai loro villaggi. I Canadesi erano neutrali e si supponeva che simpatizzassero per gli Indiani; ma Pontiac sapeva che molti di loro preferivano gli Inglesi, ed erano pronti ad affiancarsi ai loro nemici al più piccolo pretesto. La campagna di Pontiac contro gli Inglesi era cominciata con un fallimento. Il complotto che aveva ordito non aveva funzionato. Aveva messo in guardia gli Inglesi e ora doveva combattere in campo aperto. Tenere unita un’orda di guerrieri, avere amici i volubili Canadesi, prendere tutte le fortificazioni della frontiera senza un colpo di cannone, erano gli obiettivi che il capo indiano si era prefissato.
L’influenza personale di Pontiac sugli Indiani era senza pari.
Eloquenza di Pontiac
Egli non aveva perso nulla del suo potere su di loro dal fallimento del suo piano per catturare Detroit. Nessun Indiano osava rimproverarlo per la non riuscita dei suoi piani. Tutti si impaurivano di fronte alla sua collera e alla sua disillusione. Gli portavano gli scalpi degli Inglesi che avevano ucciso. Cercavano di compiacerlo con grida clamorose contro gli Inglesi e promesse di compimento di stragi sanguinose. Li teneva tutti in soggezione. Egli comandava sicuro di essere obbedito e puniva la più piccola disobbedienza con estrema severità. Ma non governava solo con la paura. Si preoccupava che i suoi guerrieri non avessero fame, che avessero terra e che fossero occupati. Non era stato fatto nessun preparativo per un lungo assedio. Quando finirono le provviste e le tribù erano sul punto di andarsene, Pontiac ebbe un incontro con alcuni Canadesi e si accordò perché rifornissero la sua gente di mais e carne. Non aveva denaro per pagare i rifornimenti, ma promise che avrebbe pagato entro un certo termine. Questi accordi vennero scritti su corteccia di betulla e firmati con l’immagine di una lontra, il totem del grande capo. Molti dei coloni temevano che non avrebbero mai visto il denaro promesso in questo contratto, ma Pontiac tenne lealmente fede ai patti.
Pontiac sperimentò anche quanto fosse sprecone il suo popolo, che festeggiava nei giorni dell’abbondanza senza pensare al domani. Di conseguenza assunse un Canadese come ufficiale alle provviste. Costui aveva la responsabilità del magazzino e ogni mattina distribuiva le razioni giornaliere. Questa nuova organizzazione accrebbe la fiducia degli Indiani nel loro capo. Tuttavia alcuni restavano insoddisfatti ed erano sul punto di trasformare tutto questo sforzo in un fallimento. Nel rendersi conto di ciò, Pontiac mandò messaggeri alla tribù Wyandot, ordinando che si unisse a lui nella guerra contro gli Inglesi o si preparasse ad essere cancellata dalla faccia della terra. Con questo colpo Pontiac trasformò il temuto fallimento in una vittoria. Il supporto dei bellicosi Wyandot rincuorò i tentennanti e per un pezzo cessò ogni timore di fallimento. La condotta del capo verso i Canadesi fu assai lodevole. Essi lo avevano incoraggiato alla guerra contro gli Inglesi promettendo che il re di Francia gli avrebbe mandato soccorsi. Passavano le settimane e non perveniva nessun aiuto. Le aspettative di Pontiac di arrivo di un esercito francese generavano scoraggiamento. Ma ancora Pontiac non aveva perso fiducia nella parola dei Canadesi. Egli proteggeva loro e le loro proprietà da aggressioni e furti; infatti c’erano molti giovani guerrieri che erano pronti alla violenza sia contro i Francesi che contro gli Inglesi. Mentre facevano mostra di parteggiare per gli Indiani, molti coloni francesi aiutavano segretamente gli Inglesi vendendo loro provviste e riferendo i movimenti degli Indiani. Pontiac fu messo al corrente di molte delle loro infedeltà. Una sera di tempesta il capo entrò nella baracca di un Francese che conosceva da molti anni. Con un solo cenno della testa all’ospite, egli sedette di fronte al fuoco morente. Stette lì per molto tempo, avvolto nella sua coperta senza dire una parola. Alla fine affrontò il Francese e disse: «Vecchio amico, ho sentito che gli Inglesi ti hanno offerto una caraffa d’argento se tu consegnerai loro il mio scalpo». «E’ falso!» gridò il Francese allarmato «Io non recherei danno al mio amico nemmeno per molte caraffe d’argento!». «Pontiac non ha paura. Si fida del suo amico», replicò il capo, e stendendosi su una panca cadde presto addormentato. Con una tale dimostrazione di fiducia il Francese non poteva essere sleale e il capo dormì disarmato.
L’assedio di Fort Detroit
Riuscendo con successo a tenere uniti i suoi guerrieri e a rafforzare il vincolo d’amicizia tra Francesi e Indiani, Pontiac portava avanti vigorosamente la guerra contro gli Inglesi. Il suo campo vicino a Detroit era il centro dell’azione. Da lì il capo dirigeva la guerra e teneva costantemente d’occhio la guarnigione del forte. Egli impediva che gli assediati lasciassero le loro difese; inviava spedizioni per intercettare i rifornimenti che gli Inglesi aspettavano da est; organizzava e conduceva assalti contro gli altri forti tenuti dagli Inglesi. Gli assediati di Detroit si abituarono presto ai disagi e alle preoccupazioni dell’assedio. Le donne non tremavano più nell’udire le grida di guerra degli Indiani. Gli uomini non si precipitavano più sugli spalti al primo crepitare dei fucili. L’odore della polvere da sparo, il sibilo delle pallottole, avevano perso il potere di suscitare ansietà. I giorni scorrevano lentamente. Nel forte pochi uomini indeboliti lavoravano, molti indugiavano negli stretti passaggi, facendo giochi d’azzardo, scommettendo sull’esito della guerra, litigando, lamentandosi o dicendo sbruffonerie, vantandosi e narrando storie sul valore degli Inglesi e la codardia degli Indiani. Ancora, raccontavano fosche storie sulla crudeltà e i massacri degli Indiani, e scuotevano la testa alla prospettiva della loro sorte. Per tutto il tempo le sentinelle sui bastioni fecero una guardia molto attenta. Di tanto in tanto una rapida scarica rompeva la monotonia della lunga attesa; il rullo del tamburo chiamava la guarnigione sugli spalti; uomini feriti gemevano sotto la ruvida gentilezza del chirurgo del forte; i caduti ricevevano il funerale del soldato.
Il maggiore Gladwin andava sulla palizzata con una faccia allegra ma un cuore pesante. Le provviste si stavano rapidamente assottigliando e sembrava impossibile che la guarnigione potesse resistere fino all’arrivo dei sospirati rifornimenti. Decise allora di mandare una delle golette incontro ai battelli delle vettovaglie, per avvisarli dell’ostilità degli Indiani e spronarlo a fare il prima possibile.

Mappa di Fort Detroit nel 1759
Così un mattino di primavera una delle golette salpò l’ancora e partì verso est. Prima che riuscisse ad uscire dal fiume Detroit il vento cadde e le vele si afflosciarono. Mentre l’imbarcazione andava alla deriva trasportata dalla corrente un centinaio di canoe si staccò dalla riva. Nella prima gli Indiani avevano legato il loro prigioniero, il capitano Campbell. Gli Inglesi lo videro ed ebbero paura di colpire il loro compatriota se avessero sparato. Notando la loro esitazione, il valoroso capitano gridò che facessero il loro dovere e che sparassero senza pensare a lui. Mentre l’uomo al cannone esitava, si levò una brezza che gonfiò la vela e la goletta si allontanò rapidamente, fuori dalla portata delle canoe. Dopo che la goletta si fu allontanata, la piccola guarnigione di Detroit fu presa dallo scoramento. Con le due navi all’ancora, la fuga era sembrata possibile. Adesso che una di esse se n’era andata, tutti sentivano che l’assedio sarebbe terminato con la vittoria o con la morte. La razione giornaliera di cibo diventava sempre più scarsa. Gli uomini si esaurivano in una guardia senza riposo. Tutte le speranze erano riposte nei sospirati rifornimenti. Il 13 maggio la sentinella annunciò che il convoglio tanto atteso era in vista. La buona notizia si propagò rapidamente. Ben presto l’intera popolazione del villaggio si affrettava verso la porta che dava sul fiume. Gli affamati, macilenti uomini che affollavano il pontile mandavano grida di esultanza man mano che i battelli si avvicinavano. Ora si aspettavano giorni di riposo e di abbondanza: c’erano compagni che li avrebbero rilevati nel fare la guardia e cibo per soddisfare la loro fame.
Ma come i battelli si avvicinarono di più, gli “evviva” morirono nelle gole, rauche per l’orrore. Nessun grido di risposta arrivava dai natanti. Gli Inglesi ai remi non erano i commilitoni che conoscevano: le vettovaglie lungamente attese erano cadute nelle mani degli Indiani. Gli uomini da cui la guarnigione aveva sperato aiuto erano prigionieri del nemico.
Due Inglesi riuscirono a sfuggire ai loro guardiani e a raggiungere il forte, dove raccontarono l’accaduto. A inizio primavera novanta uomini erano partiti con molte provviste di cibo e munizioni destinate a Detroit. Avendo incontrato la goletta che proveniva dal forte e appreso il pericolo e l’estremo bisogno di aiuto della guarnigione, avevano spinto la nave alla massima velocità possibile finché avevano raggiunto l’imbocco del fiume Detroit. Quella sera, mentre le barche erano tirate in secco sulla riva e gli uomini stavano cenando, il loro accampamento fu improvvisamente sorpreso da un’orda di indiani Wyandot. Gli Inglesi fecero un tentativo di difendersi, ma gli Indiani furono loro addosso brandendo i tomahawks e gridando come demoni. Gli uomini bianchi furono presi dal panico. Lasciarono cadere le armi, fuggirono verso le barche, vi saltarono dentro e salparono. Gli Indiani esultanti li pressavano da vicino e riuscirono a catturarli tutti, tranne due, nelle loro imbarcazioni sovraccariche. Gli Indiani portavano i loro prigionieri, circa sessanta in tutto, al campo di Pontiac, dove sarebbero stati torturati e messi a morte. Il successo di questa audace impresa probabilmente avrebbe posto fine all’assedio di Detroit con la vittoria di Pontiac, se i Canadesi fossero stati leali come gli Indiani pretendevano. Ma mentre essi davano al capo assicurazioni di buona volontà e di aiuto futuro, alcuni di loro stavano segretamente aiutando gli Inglesi: con il favore delle tenebre portavano bovini, capre e maiali alla guarnigione affamata. Ma anche con questi aiuti le prospettive della piccola guarnigione non erano rosee. Sembrava che tutte le circostanze le fossero contrarie. Un pomeriggio le sentinelle del forte udirono uno strano canto e videro spuntare dalla lontana foresta una fila di guerrieri i cui corpi erano spalmati con pittura nera. Ognuno di loro portava un palo sulle spalle, e gli inorriditi osservatori videro con chiarezza che dall’estremità di ciascun palo fluttuava lo scalpo di un Inglese. Essi appresero dai Canadesi che quella notte Fort Sandusky era stato incendiato e la sua guarnigione trucidata.

Tortura dei prigionieri – stampa
Gli Inglesi avevano costruito Fort Sandusky come fortino nel 1745. Era situato tra il fiume Sandusky e il lago Erie. Gli Inglesi adoperarono saltuariamente il forte tra il 1745 e il 1761 per proteggere il commercio dei loro compatrioti con popoli dell’Ohio. Nel 1761, nel corso della Guerra Franco-Indiana, Fort Sandusky venne attaccato dalla tribù degli Ottawa, alleata dei Francesi. Il forte venne incendiato e raso al suolo, mentre quindici dei sedici uomini dislocati come guarnigione vennero uccisi. Il solo sopravvissuto fu il comandante del forte, H. C. Pauli. Gli Ottawa lo presero prigioniero e permisero a una donna della tribù, che aveva perso il marito, di adottarlo. Pauli riuscì a scappare e a ritrovare la via del forte, che un distaccamento di truppe fresche inglesi aveva ricostruito alla fine del 1761.
Per indebolire le possibilità di attacco dei Nativi, nel 1762 il governo inglese proibì ai commercianti di fornire loro fucili, rasoi, coltelli, asce, pietre focaie e polvere da sparo. Gli Indiani del Territorio dell’Ohio, specialmente gli Shawnee e i Wyandot, pensavano che gli Inglesi avessero intenzione di indebolirli militarmente rifiutando di fornire armi prima di conquistarli. La politica inglese, per non parlare dell’arrivo dei coloni inglesi, contribuì ad irritare i Nativi. Dal 1763 le condizioni di Fort Sandusky erano diventate anche più pericolose. Solo tredici uomini difendevano il forte e la Gran Bretagna non aveva fornito guarnigioni a nessun altro dei suoi avamposti in Ohio. Quando Fort Sandusky fu attaccato, le forze di Pontiac ebbero facilmente ragione dei difensori, e li uccisero tutti.
Poco più tardi gli Indiani proposero agli Inglesi uno scambio di prigionieri. Le vittime che vennero rilasciate dagli Indiani nella circostanza provenivano da Fort St. Joseph. Il 25 maggio 1763 il forte era stato conquistato e incendiato da guerrieri Potawatomi, che avevano ucciso la maggior parte dei quindici uomini della guarnigione e catturato il comandante, l’alfiere Francis Schlosser, che venne anche lui riscattato.
Un sacerdote itinerante riferì che lo stratagemma fallito a Detroit ebbe invece fin troppo successo a Michillimackinac. Un giorno della tarda primavera, nel pianoro al fuori del forte si radunarono due grossi gruppi di Indiani Ojibwa e Sauk i quali, con i corpi dipinti con argilla bianca e carbone, cominciarono a dar vita ad un incontro di baggatiway, un gioco simile al lacrosse). Il comandante del forte, maggiore Etherington, era uno sportivo: da buon Inglese, per lui una battaglia era una battaglia, un evento sportivo era un evento sportivo. Forse questo spiega la mancanza di precauzioni da parte del maggiore. Sebbene ben armata, la sua guarnigione di circa 35 soldati era potenzialmente sovrastata dalle centinaia di Indiani accampati tutt’intorno per scambiare pelli con mercanzie varie – inclusi tomahawks d’acciaio e coltelli – con i commercianti franco-canadesi. Il maggiore non sembrava preoccupato dalla circolazione di armi che avveniva fra i guerrieri, ed era irritato dagli avvisi che gli davano i franco-canadesi che vivevano al forte circa la possibilità che gli Indiani preparassero un attacco. Minacciò di far imprigionare a Fort Detroit il primo che spargesse ancora simili dicerie. Etherington non aveva ancora avuto notizia che Detroit era sotto assedio, attaccata diverse settimane prima dalla coalizione di Pontiac. Etherington rifiutò anche di ascoltare l’avvertimento dello stimato commerciante Charles Langlade, uomo di sangue misto franco-indiano, il quale aveva combattuto fin da ragazzo a fianco degli Indiani ed era molto rispettato da loro. La lealtà di Langlade era stata messa a dura prova nel mettere Etherington sull’avviso, anche perché il controllo inglese sul Nord America significava la fine del monopolio francese nel commercio delle pellicce. Ma evitare un grande spargimento di sangue era per lui più importante dei suoi interessi. Per questo comportamento umanitario Langlade subì i rimproveri di Etherington.

Cospirazione di Fort Michillimackinac – dipinto di Robert Griffing
Dimentico di tutti gli avvertimenti, quando gli Ojibwa invitarono lui e i suoi soldati ad assistere al loro incontro sportivo fuori dalle mura del forte, un avvenimento che essi sostenevano fosse preparato per celebrare il compleanno del Re, Etherington accettò, probabilmente indossando la sua parrucca bianca: dopo tutto era un avvenimento formale. Egli allora radunò la maggior parte dei componenti la guarnigione per assistere all’evento con lui. Secondo i resoconti scritti dal maggiore in seguito, i soldati lasciarono le porte del forte aperte e le armi dentro il forte. Etherington tifava per gli Ojibwa seduto tra due capi di quella tribù, Minweweh e Madjeckewiss. Inoltre il maggiore aveva scommesso sulla vittoria degli Ojibwa. Con circa 500 giocatori, più che un gioco l’avvenimento doveva essere più simile ad una battaglia. Nel trambusto Eetherington non sentiva la mancanza di Charles Langlade. Questi era a casa sua, nel forte, insieme alla famiglia. Ed Etherington notò a malapena le donne indiane che persistevano nell’aggirarsi vicino alle porte del forte, avvolte strettamente in grandi coperte come se il giorno fosse freddo e il calendario non segnasse il 2 giugno 1763. Accadde tutto in pochi secondi. Una frenesia di corpi dipinti e sudati che si battevano per una sfera di legno avvolta in pelle di cuoio che era la palla, che andava a cadere davanti alla porta aperta; le donne che aprivano le coperte ed estraevano coltelli e tomahawk consegnandoli agli atleti divenuti guerrieri; urla e sangue. Etherington e il suo luogotenente, William Leslye, si allontanarono bruscamente dagli alberi, mentre l’altro ufficiale del forte, tenente Jamet, probabilmente unico soldato armato quel giorno, venne ucciso senza problemi. Il piano preparato così accuratamente dai sodali di Pontiac, Minweweh e Madjeckewiss, venne posto in pratica alla perfezione. L’attacco e gli avvenimenti che seguirono furono ricordati nelle descrittive, dolorose memorie di Alexander Henry che, al momento dell’attacco, era un giovane cacciatore di pellicce inglese che si trovava al forte. «Correndo subito alla finestra vidi dentro il forte una folla di Indiani che abbattevano furiosamente ogni Inglese che trovavano», scrisse Henry. Osservando che gli Indiani uccidevano solo gli Inglesi e risparmiavano i Franco-Canadesi, Henry corse verso la porta della vicina casa di Langlade per chiedere aiuto. Langlade gli rispose: «Cosa vuoi che io possa farci?» Per fortuna di Henry, la schiava di Langlade, una ragazza Panis (Pawnee), lo nascose nel solaio. Henry osservò la scena che si stava svolgendo nel forte sotto di lui da un buco di quel locale.
Il giorno dopo gli Indiani fecero uscire Henry dal suo nascondiglio. Il giovane Inglese visse i giorni seguenti in bilico fra la vita e la morte. Immediatamente dopo la sua cattura, lui e altri prigionieri vennero trasportati in canoa a Beaver Island. Tremando per il freddo, dovuto ad un umido vento da nord, e affamato, Henry rifiutò i pezzi di pane che i suoi guardiani gli offrivano, tagliati con coltelli intrisi di sangue, su cui per scherno gli Ojibwa sputavano e poi passavano sul pane. La nebbia costrinse la canoa ad approdare all’accampamento degli Ottawa a l’Arbre Croche (dove ora sorge Cross Village), e lì si verificò un sorprendente cambiamento negli eventi. Arrabbiati per non essere stati invitati a partecipare al massacro, gli Ottawa presero Henry e gli altri prigionieri e li riportarono al forte di cui essi avevano il controllo in quel momento. Dopo una consultazione fra le tribù fu deciso di riconsegnare Henry e gli altri agli Ojibwa. Ma Henry fu risparmiato per una fatalità: l’inverno precedente un Ojibwa di nome Wawatam aveva inaspettatamente adottato lui e suo fratello, asserendo che il Grande Spirito gli aveva comandato, in una visione di qualche anno prima, di adottare un Inglese come fratello. Wawatam riconobbe il viso di Henry come quello apparsogli nel sogno. Fortunatamente per Henry, l’Indiano riuscì a convincere i capi a risparmiarlo e a lasciarlo a lui. In salvo nella capanna di Wawatam, il giorno dopo Henry vide morti sette (secondo il suo conteggio) degli uomini che erano stati catturati assieme a lui, vittime di un capo che, essendo stato assente durante l’attacco, voleva ottenere la sua personale vendetta contro gli Inglesi.
Complessivamente, sebbene vi siano piccole discrepanze nei vari resoconti, nell’attacco e nei giorni successivi furono uccisi almeno 27 Inglesi, e circa una dozzina vennero presi prigionieri. In mezzo ai prigionieri c’erano Etherington e Leslye, che erano stati spogliati e segregati nel forte.

Il massacro di Fort Michillimackinac
Quando gli Ottawa arrivarono con Henry e i suoi compagni catturati, permisero a Etherington di inviare, per mezzo di un messaggero in canoa, una richiesta di aiuto a James Gorrell, comandante del forte che sorgeva dove ora si trova Green Bay, Wisconsin. La collaborazione degli Ottawa con Etherington non era dovuta del tutto alla loro ira contro gli Ojibwa, ma probabilmente al calcolo che dal maggiore avrebbero potuto ottenere un buon riscatto. Gorrell, un astuto ufficiale che aveva avuto ragione delle tribù coalizzate contro il suo forte, radunò 90 Indiani e la sua piccola guarnigione, ed attraversò il lago Michigan per negoziare i rilascio di Etherington con l’aiuto di Langlade. A metà luglio Etherington, Leslye e gli altri prigionieri erano in marcia per Montreal, scortati da una pattuglia di Ottawa. Dopo la loro partenza, Fort Michillimackinac si svuotò di tutti gli occupanti, eccetto un pugno di commercianti francesi. Langlade, che era tra loro, assunse il comando. Gli Indiani si erano dissolti nei boschi del nord, sia per raggiungere i loro territori di caccia invernale che per sfuggire alla punizione degli Inglesi. Pur nella sua brillante riuscita, il colpo degli Ojibwa a Fort Michillimackinac era una vittoria vuota. Pur avendo preso il forte, gli Indiani non lo vollero mai. Il loro scopo, come quello di Pontiac, era di scacciare gli Inglesi e i loro insediamenti fuori dei territori di caccia e pesca, un tentativo disperato di salvare il loro modo di vivere destinato all’insuccesso.
La notizia successiva fu quella della perdita di Fort Ouatanon, un forte situato sul fiume Wabash, poco al di sotto di dove oggi sorge la località di La Fayette. Gladwin aveva ricevuto una lettera dal suo ufficiale comandante, tenente Jenkins, che lo informava del fatto che il primo di giugno lui e parecchi dei suoi uomini erano stati fatti prigionieri con uno stratagemma, e che il resto della guarnigione si era arreso. Gli Indiani, pare fossero Pottawattomi, comunque si scusarono per la loro condotta, dichiarando di aver agito in modo contrario alle loro inclinazioni, e che le tribù circostanti li avevano costretti a sollevare l’ascia di guerra. Queste scuse potrebbero essere state fondate sulla verità, perché questi Nativi avevano un carattere meno aggressivo degli altri, e poiché si trovavano lontani dagli stanziamenti dei coloni, non avevano risentito nella stessa misura degli altri dell’insolenza e degli sconfinamenti degli Inglesi.
Venne anche data notizia della caduta di Fort Miami. Questa postazione, che sorgeva sul fiume Maumee, era comandata dall’ Alfiere Holmes. Occorre qui rimarcare la misera situazione di questi ufficiali, isolati in posti selvaggi, che in certi casi sorgevano a centinaia di miglia da persone simili a loro, separati da ogni essere umano eccetto i rudi soldati sotto il loro comando, con selvaggi rossi o bianchi che vagavano nei boschi circostanti. Holmes sospettava le intenzioni degli Indiani, per cui stava in guardia quando, il 27 maggio, una ragazza indiana che viveva con lui gli riferì che una squaw giaceva gravemente ammalata in un wigwam vicino al forte, e lo sollecitò perché si recasse a darle soccorso. Essendo in confidenza con la ragazza, Holmes dimenticò le sue precauzioni e la seguì fuori dal forte. All’estremità di un pianoro erboso, nascoste alla vista da un bosco che si protendeva nel prato, stavano un gran numero di capanne indiane. Quando Holmes giunse in vista del campo, la sua guida traditrice gli segnalò quella in cui stava la donna malata. Egli andò avanti senza sospetti ma, appena giunse nelle vicinanze, due fucili spararono da dietro la capanna, e lo abbatterono sull’erba lasciandolo senza vita.
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